Recensione: Cuori puri

CUORI PURI (Italia, 2017) di Roberto De Paolis, con Simone Liberati, Selene Caramazza, Barbora Bobulova, Stefano Fresi, Edoardo Pesce, Antonella Attili. Drammatico. ****

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Diamo ormai per assodato che il meglio della recente produzione italiana venga da un drappello di giovani autori trenta-quarantenni spesso all’opera prima o seconda, tutti capaci di raccontare storie singolari e personaggi laterali con uno sguardo autentico ed autonomo. Parliamo dei film di – giusto per fare qualche nome – Grassadonia e Piazza, Alice Rohrwarher, Edoardo De Angelis, Claudio Giovannesi, Leonardo Di Costanzo, Fabio Mollo, l’oriundo Jonas Carpignano e l’elenco potrebbe continuare.

A dispetto di incassi purtroppo disastrosi, dovuti anche a distribuzioni quasi inesistenti, la new wave degli ultimi anni sta dimostrando, specie se confrontata con la pigrizia o la latitanza del cinema più economicamente strutturato, la fecondità di una generazione che ha assimilato più di una lezione – nazionale e non – con una laicità abbastanza inconsueta.

Cuori puri è solo l’ultimo esempio di questa stagione e ne rappresenta, forse, uno tra i più straordinari per aderenza, tensione, costruzione, profondità del racconto. Come ne La ragazza del mondo di Marco Danieli, anche qui c’è un gruppo religioso: in questo caso trattasi di una specie di setta fondata sulla promessa della castità fino al matrimonio.

Come in Fiore, c’è l’amore che sboccia tra due figli di un dio minore: l’uno, con qualche amicizia discutibile e genitori nullafacenti, guardiano di un parcheggio confinante con un campo rom, l’altra, la cui vita è divisa tra casa e parrocchia, figlia di una donna rigida e votata al volontariato.

Limitante benché interessante, tuttavia, confrontarlo con altri film, perché Cuori puri rivendica continuamente la sua indipendenza. Lo fa sin dall’incipit, quando il primo incontro tra i due protagonisti mette già in scena tutto ciò che vedremo successivamente in una sorta di ouverture coreografica: il timore reverenziale, l’improvvisa istintività e la repressa curiosità di lei, la primaria impulsività, la fulminea cognizione, la soffocata sensibilità di lui. Due cuori puri non per adesione ideologica ma per predisposizione d’animo.

Stando addosso ai loro corpi in progressiva inimicizia con lo spazio che sono costretti a presidiare o presenziare, Roberto De Paolis sceglie la strada di un realismo genuino ma ragionato che non si pone al di sopra di ciò che racconta con la pretesa moralistica di indicare la via alle classi inferiori o spiegare il disagio sociale delle periferie.

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Baciato dalla grazia dell’umanismo, esce dalle sabbie mobili del simbolismo e fa vivere i simboli stessi (le ringhiere che delimitano il confine del campo rom), si emancipa dal manicheismo lasciando così emergere la meschinità di un mondo dimenticato dalla narrazione ufficiale (i rom non sono stinchi di santo, i proletari si lamentano di vitto e alloggio garantiti ai migranti, il branco colpisce sempre il singolo, la delinquenza di Edoardo Pesce), osserva l’inquietante ambiguità dei buoni fuori dagli stereotipi (il prete oltranzista e finto bonario Stefano Fresi, la madre devota ed accentratrice Barbora Bobulova).

In più, lascia che ci si affezioni agli strepitosi Simone Liberati e Selene Caramazza, ai loro sorrisi sempre stupiti di fronte al fulmine di un amore inatteso che vive di silenzi, sguardi, impulsi, abbracci. Finale da brividi. Grande cinema europeo, probabilmente il film italiano più bello della stagione. Anzi, senza probabilmente.

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