Recensione: I figli della notte

I FIGLI DELLA NOTTE (Italia, 2016) di Andrea De Sica, con Vincenzo Crea, Ludovico Succio, Fabrizio Rongione, Yuliia Sobol. Noir. *** ½

I figli della notte potrebbe chiamarsi anche La classe dirigente. Che nel nuovo cinema italiano, quello che ormai da qualche stagione stiamo celebrando come uno tra i più vitali (inutile rifare sempre gli stessi i nomi), rivolto al racconto di marginalità spesso (post)proletarie, è praticamente assente (citiamo solo l’ultimo Cuori puri).

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E in fondo stiamo parlando, a suo modo e coi dovuti distinguo, di un’altra marginalità, un mondo parallelo e lontano, in definitiva algido ed impenetrabile. Parla di borghesia, I figli della notte, anzi di altissima borghesia, dell’aristocrazia industriale e borghese di una nazione che educa i rampolli all’esercizio del male per poter garantire il proprio bene.

Il ragazzino che cerca di corrompere il professore, promettendogli l’acquisto di una casa in cambio di una sigaretta, al di là dell’effetto paradossale, sta lì a testimoniare le regole altre (ed oltre) di una società naturalmente privilegiata e fondata sulle leggi economiche insegnate in classe – con la promessa, in futuro, di corsi sulla finanza.

Per riuscire ad entrarci, Andrea De Sica sceglie la strada del romanzo di formazione rovesciato, intercettando il noir nell’inquietante bianco della neve che cade su un privilegiato collegio in cui sono stati mandati (leggi: reclusi) due adolescenti trascurati da famiglie latitanti o prese da altre faccende.

Sin dall’inizio, con l’implacabile ortodossia dei suoi rituali pubblici e privati, la permanenza appare come la prova che i ragazzi devono superare per poter, un giorno, prendere il timone delle aziende familiari. D’altronde, come puoi licenziare mille persone se qualcuno non ti educa a farlo col minor scrupolo possibile?

E, come in un minaccioso gioco di società, anche la scoperta di un vicino bordello nascosto nel bosco è subito da interpretare all’interno del programma formativo. Tutto, forse, è manovrato dall’alto e, allora, ogni cosa, infine, troverà un senso.

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Alla pari di altri registi della sua generazione, De Sica schiva l’etichetta postmoderna per veicolare un discorso autonomo ma non incosciente, attestando quanto sia eterogeneo il repertorio di influenze, suggestioni, umori a cui attinge questo glaciale, spietato, geometrico, chirurgico horror europeo ferocemente politico.

Fuori discussione i segni del magistero di Lynch, seducente l’evocazione di Bellocchio, legittimi i nessi coi Dardenne, intrigante la tensione verso Argento, consapevole l’uso del canzoniere italiano, perfino un discorso sugli spettri già al centro di Sicilian Ghost Story… e chissà quant’altro.

Ma soprattutto lo sguardo contemporaneo di un regista che, nonostante cotanto cognome (sì, è il nipote di Vittorio, nonché figlio del compositore Manuel, le cui orme musicali lo stesso Andrea segue qui), ha avuto l’ardire di mettersi dietro la macchina da presa: che dire, chapeau.

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