Il mistero Dorian Gray

Certo che con quel nome così importante ed assurdo, il destino se l’era segnato sin dal debutto sul palcoscenico, la fatale Maria Luisa Mangini in arte Dorian Gray. Prima celebre soubrette della rivista del dopoguerra, all’apice della carriera attrice di blockbuster comici con ma anche con qualche incursione nel cinema d’autore, infine diva precocemente ritirata o meglio trincerata nell’esilio trentino.

Quando, nel 2011, dopo oltre quarant’anni di silenzio, uscì la notizia del suo suicidio, un clamoroso colpo di pistola sparato alla tempia, qualcuno cominciò a chiedersi quale fosse stata la vita dopo il cinema di Dorian Gray e perché fosse lontana dai riflettori da così tanti decenni, per poi giungere sempre ad una domanda più profonda: qual è il mistero di Dorian Gray?

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Legata indiscutibilmente all’iconico ruolo della malafemmina (in realtà una ragazzona dal cuore d’oro) nel capolavoro di Totò e Peppino, si potrebbe dire che, al pari del personaggio di Oscar Wilde, l’attrice abbia scelto di restare la sua immagine migliore, fermando il tempo prima che fosse inclemente con il suo luminoso passato, coronato da applausi, copertine, incassi, premi.

Chiamatemi Divina: Dorian Gray, storia di un’attrice dimenticata, il documentario di Franco Delli Galli e Ludovico Maillet, è un’operazione quasi eroica: indagare nel vissuto di una donna che ha annullato il proprio corpo attoriale nella volontà dell’oblio, capace di non cedere alle richieste di revival o ad una semplice ospitata televisiva con un’ostinazione che, seppur rispettabile, suggerisce qualche cosa d’inquietante.

Oltre ai film e ai servizi giornalistici, e a parte alcune interviste riproposte da una voce altra rispetto a quella della diva, anche prima del ritiro Dorian Gray sembra un personaggio inafferrabile, una bellezza che Breton chiamerebbe convulsiva ed appare artefatta e giunonica, esotica e malata, eterea e nervosa. A livello professionale, inoltre, pare che il suo talento non sia stato del tutto compreso all’epoca, forse soffocato da una presenza fin troppo eclatante.

Basterebbe osservare i perfetti tempi comici che tiene negli sketch d’avanspettacolo (c’è un magnifico pezzo con Alberto Lionello) in Mogli pericolose (per cui vinse un Nastro d’Argente) o Crimen, oppure come benzinaia de Il grido (dov’è doppiata da Monica Vitti), ma anche al fianco di Walter Chiari (l’onirico Io piaccio) per cogliere la sagace professionalità di un’attrice che probabilmente poteva offrire qualcosa in più, specialmente nell’apoteosi della commedia all’italiana.

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Le stesse interviste sembrano girare attorno al fatto che sull’oggetto del racconto non si sappia nulla al di là di ciò che ha offerto sul grande schermo. Soltanto Valeria Fabrizi e gli abitanti di Torcegno, il paese d’origine della madre, restituiscono qualche elemento privato di questa donna prima molto amata e poi molto dimenticata, madre sola di un figlio, avuto dal facoltoso editore già sposato Tofanelli, schivo almeno quanto lei che in nessun modo ha collaborato al doc.

Lavoro fondativo su una delle dive più rimosse ma più impresse nell’immaginario grazie ai frequenti passaggi televisivi dei suoi film, Chiamatemi Divina, come se accanto all’interesse sul personaggio voglia rispettare il riserbo della persona, finisce per non sciogliere nessun mistero (perfino sulla data di nascita), lasciando lo spettatore con la voglia di saperne di più e l’impossibilità di poter esaudire il desiderio. Verrebbe quasi voglia di vedere un film che ne ipotizzasse una vita alternativa.

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