Recensione: Civiltà perduta

CIVILTÀ PERDUTA (THE LOST CITY OF Z, U.S.A., 2016) di James Gray, con Charlie Humman, Robert Pattinson, Sienna Miller, Tom Holland, Angus Macfayden, Franco Nero. Biografico avventura. *****

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Dopo il precoce esordio che lo rese uno tra gli enfant prodige più importanti di fine secolo, James Gray è riuscito a realizzare solo altri cinque film in poco più di vent’anni. Naturalmente la quantità non conta, a fronte di un’opera sempre capace di irrompere nell’immaginario cinefilo lavorando dentro i generi, con l’intenzione di svincolarli dai margini entro cui spesso si tende a rinchiuderli.

Senza l’obbligo di rievocare i lavori di questo straordinario regista dallo sguardo inconsueto ed imprevedibile, Civiltà perduta sembra venirci incontro per scandagliarne la prospettiva. Ebbene, Gray prende la leggendaria storia dell’esploratore Percy Fawcett, che all’inizio del Novecento si convinse di aver scoperto in Amazzonia un’antica civiltà sconosciuta, per elaborare un discorso formale sull’ossessione dell’ambizione.

Fuor di dubbio che trattasi di spettacolare cinema d’avventura come nessuno pare essere più capace oggi (no, non mi si dica Revenant, talmente soffocato dal suo perfezionismo da risultare inerte: qua la magnifica confezione è più che significante, a partire dai cieli arancio di Darius Khondji), ma altrettanto indiscutibile è la densità narrativa non necessariamente interna al genere di questa vicenda fondata sull’inesorabilità del tempo: sempre mancante, sottratto agli affetti ed appaltato alla gloria, segnato nella giungla dalla quantità di provviste e a casa dai capelli bianchi dell’anzianità.

Cavalcata di quasi trent’anni nella vita predestinata di un uomo che cercava il riscatto sociale e trovò l’ipotesi di farsi epica, Civiltà perduta si chiama in realtà The Lost City of Z. Ed è una scelta che denuncia la complessità della questione, poiché Fawcett divenne capofila di coloro i quali credevano nell’esistenza di una civiltà dimenticata che solo in tempi più recenti è stata accolta dalla comunità scientifica.

Gray, allora, sviluppa il suo discorso attorno alla brama di scoperta e alla solitudine dell’uomo a cui la società è ostile (il suo principale compagno è un barbuto alcolizzato infine costretto nella divisa borghese: l’ottimo Robert Pattinson), sottolineando nel suo personale racconto larger than life la dimensione straniera in una terra straniera, lasciando così emergere l’ostinata ossessione di chi ha bisogno di una sfida per (soprav)vivere.

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Ma è forse nello sguardo sul femminile che Gray trova davvero la completezza del racconto, rimarcando l’importanza della signora Fawcett nell’assecondare, subire, appoggiare, difendere il sogno del marito, con un finale di grande suggestione estetica (gli interni evocativi ed oscuri) ed emotiva (il dono, la camminata di spalle) splendidamente servito dalla eterogenea maturità espressiva di Sienna Miller.

Civiltà perduta arde di ciò che il cinema americano ha dimenticato sotto l’intimismo di troppe narrazioni egotiche oppure delegato ad improvvisi o trascurabili fuochi di paglia dentro strutture più roboanti (i cinecomics) o citazionismi sterili: qui ci sono l’esercizio dello stupore, l’epica della meraviglia, la ferocia del desiderio, il demone dell’ambizione, la vertigine del racconto.

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