Recensione: Parliamo delle mie donne

PARLIAMO DELLE MIE DONNE (SALAUD, ON T’AIME, Francia, 2014) di Claude Lelouch, con Johnny Hallyday, Sandrine Bonnaire, Eddy Mitchell, Irène Jacob, Pauline Lefèvre. Sarah Kazemy, Jenna Thiam, Agnès Soral, Isabelle de Hertogh, Valérie Kaprisky. Sentimentale. ** ½

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Arrivato sui nostri schermi con tre anni di ritardo – che perlomeno rompe un silenzio distributivo a cui è condannato da almeno un decennio – e dopo l’uscita di altri due film in patria (Uno + una e Chacun sa vie), è un film con cui Claude Lelouch si propone impetuosamente, programmaticamente testamentario: volente o nolente. Ovvio che un regista così abile, esperto, consumato sappia ciò che fa dacché mette in scena il malinconico tramonto affollato di un fotografo settantenne. Ovvio pure che magari noi si pecchi di pigrizia nel leggerlo in questo modo.

E tuttavia la convinzione si materializza in un momento che testualmente nega il titolo italiano (che traduce quello originale, coincidente col titolo di un libro autobiografico scritto da una delle figlie: significa Bastardo, ti amiamo): di notte, il protagonista e il suo amico medico sono seduti sul divano, stanno bisticciando perché il secondo ha detto una (mezza) bugia affinché le quattro figlie del primo lo raggiungessero nella nuova dimora di montagna.

La discussione s’affievolisce non appena i due imbianchiti ragazzi capiscono che in tv c’è Un dollaro d’onore. Quando Ricky Nelson comincia a cantare e Dean Martin si accoda nonostante gli acciacchi, i due spettatori si tuffano nella nostalgia, trovando nelle immagini del film-icona più un rassicurante rifugio che un facile rispecchiamento. È un momento molto maschile – e molto, dolcemente senile – che sembra quasi mangiare tutta la dimensione femminile del film.

Eppure è evidente quanto il disegno delle donne sia qui un po’ superficiale, con le quattro figlie ingabbiate in nomi tanto suggestivi quanto ridicoli (si chiamano come le quattro stagioni) che cercano continuamente di affrancarsi dall’ingombrante ed assente padre e costruirsi identità davvero autonome rispetto al moloch genitoriale. Certo che negli attimi campestri – e molto francesi – dei banchetti conviviali i profili emergono con esattezza, ma, al di là della malinconica agente immobiliare Sandrine Bonnaire, il fulcro è il bastard non quelle che, nonostante tutto, lo amano.

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Il bastard è Johnny Hallyday, praticamente perfetto in un ruolo per cui sembra nato. Sotto l’immagine del fotografo di guerra, quintessenza di un fascino avventuroso tipicamente novecentesco, ci sono sia il divo della canzone francese colto nella sua elegante decadenza sia il regista. Che, da par suo, come la simbolica aquila che appare scompare e riappare, volteggia con la macchina da presa con una sensibilità per l’immagine – sia essa intrisa di panismo o cromaticamente modulata sull’emotività – che rivendica ancora una volta il bisogno del cinema per la vita.

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