Giungla d’asfalto | John Huston (1950)

Giungla d’asfalto oppure una pietra miliare: un apice del cinema americano degli anni cinquanta, il noir totale, il capolavoro di John Huston. La purezza della messinscena, dove l’occhio del regista guarda sempre ciò che non può evitare di osservare, e la rapina perfetta, pianificata da personaggi interessanti perché del tutto imperfetti.

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Dentro quel titolo così fortunato, che allude alla selvaggia brutalità della natura incontrollabile e la fa incrociare con il significante dell’urbanismo metropolitano, c’è tutto quello che bisogna dire sul film di rapina, sulle infinite varianti che sussistono tra figure unite dall’unico intento di sbarazzarsi dell’altro dopo averlo usato.

Nello sguardo feroce della legge, incarnato dal glaciale commissario Hardy (John McIntire), si annida il desiderio di fare pulizia della feccia, anche quando essa ha il volto serafico di un galeotto tedesco con un soprannome da letteratura di consumo (“il dottore”: è l’eccezionale Sam Jaffe, giustamente premiato a Venezia con la Coppa Volpi).

Come nel riconoscimento (fallito) dell’incipit in commissariato, la feccia ha più facce, da quella gaudente dell’untuoso avvocato (Louis Calhern: memorabile la sua doppiezza domestica, come nel rapporto con la moglie allettata) a quella sudaticcia di un commerciante traffichino (Marc Lawrence).

Ma soprattutto quella di Dix (l’immenso Sterling Hayden), uno che forse è cattivo, cinico, spietato ma è soprattutto un predestinato al male che sa di aver già fallito la sua battaglia per riscattarsi, tanto da precludersi l’amore con una ragazza disposta a tutto pur di non perderlo (la straziante Doll di Jean Hagen).

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In un bianco e nero spietato, di straordinaria nitidezza espressiva, che permette al grande Harold Rosson di esaltare le luci interne dell’inganno perpetuo (Calhern, Lawrence, il tenente corrotto Barry Kelley sono sempre dentro, come se fosse precluso loro l’esterno, se non in circostanze estreme e rapide – vedi un cadavere da occultare) e poi perdersi nel buio urbano (regno di Hayden, del gobbo James Withmore, ma anche di Jaffe: topi di fogna che sanno mimetizzarsi nell’oscurità e difendersi dagli attacchi). Perfetta la partitura musicale di Miklós Rózsa, tesissimo il ritmo incalzante, indimenticabile il finale ultra citato.

GIUNGLA D’ASFALTO (THE ASPHALTE JUNGLE, U.S.A., 1950) di John Huston, con Sterling Hayden, Louis Calhern, Jean Hagen, Sam Jaffe, James Whitmore, Marilyn Monroe, John McIntire, Barry Kelley. Poliziesco. *****

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