L’amica | Alberto Lattuada (1969)

Mentre aspetta l’amante in stazione, Lisa si nasconde il volto dietro un libro che forse finge di leggere. È La spartizione di Piero Chiara, best seller del momento, storia di tre sorelle che concupiscono un uomo squalliduccio convinto di essere il seduttore. Un anno dopo, Alberto Lattuada ne avrebbe tratto il capitale Venga a prendere il caffè da noi… con un epocale Ugo Tognazzi contornato da tre attrici non esattamente ascrivibili alla categoria dei sex symbol.

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Inevitabile, anche solo a livello di date, che L’amica si nasconda nella lunga filmografia del regista o venga per giunta considerato più che altro un veicolo per Lisa Gastoni. Un’idea non del tutto peregrina dal momento che l’autore del soggetto, assieme a Giovanna Gagliardo, è il produttore Mario Cecchi Gori, intenzionato a consolidare il successo della sua protetta (lei sì sex symbol, Liz Taylor nostrana) tornata in auge come epigona italiana di Mrs Robinson nel contestatario Grazie zia di Salvatore Samperi appena un anno prima.

Florida trentenne, la Gastoni è una delle presenze borghesi più incisive del cinema italiano. Apparentemente più matura della sua età, con quella voce perentoria e maliarda tipica di chi allude ad una scabrosa verità per nasconderne una ancora meno decente, è sesso puro che incede nelle fantasie dei maschi di tutte le età: qui ci sono il marito fedifrago Gabriele Ferzetti (altro che dimostrava più di quanto l’anagrafe attestasse), l’amante giovane Jean Sorel e quello di mezz’età Frank Wolff e il di lui figlio adolescente (minorenne?) Ray Lovelock, la cui mamma è Elsa Martinelli, altra eccitante protomilf.

Con la sua attrazione pop per i colori (i titoli di testa, la festa dopo l’incipit, i costumi) e gli umori (il tema del divorzio, la contestazione vista dall’alto) di un’epoca di transizione, Lattuada si schiera dalla parte di lei più per partito preso che altro, mettendo su un documentario sul corpo della Gastoni come corpo di un ceto e riuscendo a porsi sulla lunghezza d’onda che impone un film di produzione come questo, pensato e realizzato ad uso e consumo di un pubblico specifico.

Quando si abbandona alla possibilità delle riprese aeree o alle corse in macchina, si ha il sospetto di una complicità troppo compromessa con il sistema borghese (e milanese: è pure un documentario sulla Milano cambiata dal boom in interni ed esterni) per azzardare una lettura in opposizione suggerita dalla seconda parte, che a sua volta dissemina un’inquietudine quasi apocalittica nel raccontare lo sgretolamento di una classe sociale anaffettiva, ipocrita o semplicemente non all’altezza delle proprie ambizioni di controllo altrui.

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L’amica resta, allora, l’occasione, parzialmente mancata, di coniugare le basi di Antonioni (i tormenti borghesi) con i fremiti di Lelouch (la ruffianeria creativa) e il cinismo di Risi (il fatalismo sentimentale) nella coerenza di un regista sempre attento ad indagare la personalità femminile con quella particolare cifra di passione e impudenza tipica del suo cinema migliore. Un po’ passato di cottura, ma sintomatico di un’era, vero film di passaggio simboleggiato dal buffetto in autostrada.

L’AMICA (Italia, 1969) di Alberto Lattuada, con Lisa Gastoni, Elsa Martinelli, Gabriele Ferzetti, Frank Wolff, Jean Sorel, Ray Lovelock. Drammatico. ** ½

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