Venezia 74 | Recensione: Downsizing

DOWNSIZING (U.S.A., 2017) di Alexander Payne, con Matt Damon, Christoph Waltz, Hong Chau, Jason Sudeikis, Kristen Wiig, Udo Kier, Laura Dern. Commedia drammatico fantascienza. **

Progetto lungamente covato negli anni, Downsizing rappresenta la prima, personale esperienza di Alexander Payne nel campo della science-fiction, misurandosi con un filone che molti autori contemporanei stanno affrontando per sondare i tormenti e le paure di una nazione a disagio col presente (pensiamo a Alfonso Cuarón, Christopher Nolan, Ridley Scott…).

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Tuttavia, Payne sceglie di non far partire i suoi eroi verso mete sconosciute ma di lasciarli tribolare sulla Terra pur in una dimensione che non ha nulla a che vedere con il realismo. La strada intrapresa è quella della distopia, così importante nella narrazione contemporanea del genere espanso, permettendo quindi a Payne di mantenere l’approccio umanista del suo cinema focalizzato sui viaggi interiori (e fisici) delle persone.

Alla pari di altri film coevi, Downsizing teorizza l’apocalisse imminente. Il meglio lo raggiunge nella prima mezz’ora, quando nel convegno scientifico si intuisce il cuore del problema: una grande scoperta al servizio del potere diventa un’arma pericolosa che si ripercuote sulla popolazione, nella solita dialettica tra servi e padroni in cui i vantaggi sono appannaggio dei secondi.

Per salvare il pianeta dalla catastrofe ambientale, uno studioso scandinavo scopre la formula del rimpicciolimento della specie umana, intuendo che il sovrappopolamento del pianeta sia la causa principale di ogni male. Peccato che la bella idea finisca per affascinare il ceto medio in crisi dopo il crack economico, che individua nella riduzione dei volumi l’escamotage per risparmiare e vivere di rendita. Ma se nell’occidente il problema sembra essere la soluzione, al contrario in oriente la trovata diventa lo strumento con cui i regimi si liberano di oppositori, emarginati, sfruttati.

Payne costruisce una distopia liberal che, pur pensata prima, si esprime ai tempi del trumpismo, in cui la metafora è fin troppo evidente e i contraccolpi socio-politici si limitano ad una visione tutta interna allo spettatore, senza che essa trovi riscontro in una narrazione squilibrata che passa dal grottesco iniziale (la parte migliore, almeno fino alla scelta della moglie) alla peggior sviolinata possibile alle sacre ragioni del cuore.

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Come i suoi personaggi, Payne rimane intrappolato nella capsula della sua idea curiosa (ma non originalissima, ad onor del vero), non sa quale strada prendere per uscire dall’apologo e farsi racconto universale, rinuncia al perturbante insito alla storia per concedersi al buonismo di un senso comunitario in prospettiva politica e, tra un ghigno gigione di Christoph Waltz e un’espressione smarrita di Matt Damon, si dimentica di dire qualcosa di davvero fondamentale in quello che è forse il risultato peggiore della sua egregia carriera.

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