Venezia 74 | Recensione: First Reformed

FIRST REFORMED (U.S.A., 2017) di Paul Schrader, con Ethan Hawke, Amaanda Seyfried, Michael Gaston. Drammatico. ****

A dispetto di ciò che il suo ruolo quotidianamente gli impone, Ethan Hawke (magnifico) è un prete senza speranza. La sua chiesa (first reformed nel senso che fu tra le prime luterane fondate in America) è ormai meta turistica di comitive occasionali, poiché un tempo accoglieva gli schiavi neri in fuga dagli schiavisti bianchi.

Mentre ai suoi (pochi) fedeli dispensa piccole motivazioni per andare avanti e ai suoi superiori fa credere di essere pronto a sostenere le celebrazioni per i duecentocinquanta anni della chiesa, il suo cuore martoriato dal dolore e dalla malattianon sa come reagire ai progetti terroristici di un ambientalista, marito dell’angosciata Amanda Seyfried, nei cuoi occhi il sacerdote individua la possibilità di una salvezza.

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Compiuti i settant’anni, Paul Schrader scrive testamento. Realizzerà certamente altri lavori, ma difficile che qualcos’altro possa raggiungere la definitiva, disperata, spietata compiutezza di un film del genere. Non soltanto perché entro vi si ritrovano le costanti di un cinema che viene da lontano, sempre ossessionato da quei temi che – lo sappiamo – derivano dal romanzo di formazione dell’autore, intessuto di obblighi, divieti, repressioni, inquietudini dell’educazione religiosa.

First Reformed ha la consapevolezza dell’apocalisse di un sistema di valori, un mondo in disfacimento che trova nella vocazione al martirio il referente simbolico e fattuale di una strada senza uscita. Un film di morti che camminano, fantasmi che invadono gli spazi e corpi che levitano in altri universi ipotetici, chiuso nei quattro terzi di una claustrofobica inquadratura da cui nessuno può evadere.

Girato alla Bergman con un’economia che non intende fare sconti alla potenza dello sguardo, è lo spericolato diario di un curato di campagnache arremba furibondo verso l’ineluttabilità del dolore. Il canto estremo di un autore mai conciliato, terribilmente contemporaneo nel declinare assenze e paure di un popolo smarrito, e comunque lucidamente devastato dal dover credere alla speranza.

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