Venezia 74 | Recensione: Nico, 1988

NICO, 1988 (Italia-Belgio, 2017) di Susanna Nicchiarelli, con Trine Dhyrholm, John Gordon Sinclair, Calvin Demba, Karina Fernandez, Thomas Trabacchi. Biografico drammatico. *** ½

Star degli anni sessanta, quando prima con la factory di Andy Wharol e poi assieme ai The Velvet Underground divenne l’icona di una stagione, Nico è arrivata nel mezzo del cammino e chiede esplicitamente di essere chiamata col nome di battesimo. Cioè Christa, rivendicando una verginità lontana dall’immagine nella quale è intrappolata: la bellezza della giovinezza è solo un ricordo per una quasi cinquantenne ingrassata e tossicodipendente, la sua musica pare venire dalle tenebre e nell’underground cerca di conquistare il suono perduto dell’infanzia berlinese sotto le bombe.

Come suggerisce il titolo, il film isola l’anno finale della vita di Christa Paffgen già in arte Nico, raccontando, attraverso brandelli di una biografia immaginaria fondata su fatti reali, il crepuscolo di una dea che ha deciso di presentarsi in quanto donna con tutti i limiti, le fragilità, i dolori di un’esistenza borderline.

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Susanna Nicchiarelli la segue lungo la sua ultima tournée nel cuore di un’Europa mai cartolinesca, che, partendo dall’uggiosa Manchester allora così simile alla patria tedesca, tocca tra le altre mete gli estremi autoritarismi del blocco sovietico e le umide malinconie della costa tirrenica. Nico diventa così emblema di un’Europa al crocevia dei suoi tormenti, il corpo sfregiato dalla vita spericolata e una voce memore di ciò che accade nel sottosuolo.

Al terzo film, la regista continua a lavorare entro i confini del passato (la period-comedy Cosmonauta, il maldestro fantasy di piombo La scoperta dell’alba) e trova finalmente la misura che meglio s’accorda al suo talento umanista. Accade nei quattro terzi di un’inquadratura focalizzata sulla presenza fisica dell’eroina titolare, ove si libera il racconto livido e sensibile di una persona che intende dimenticare il personaggio con cui il mondo la ricorderà per sempre. Anatomia di una disperazione modulata nei territori del biopic con canzoni reinterpretate per l’occasione, dominata dall’indimenticabile performance mai mimetica ma personale di Trine Dhyrholm.

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