Venezia 74 | Recensione: West of Sunshine

WEST OF SUNSHINE (Australia, 2017) di Jason Raftopoulos, con Damian Hill, Ty Perham, Arthur Angel, Kat Stewart, Tony Nikolakopoulos. Drammatico. ** ½

È vero: West of Sunshine non racconta niente di nuovo. E forse, cosa più importante, non racconta niente in modo nuovo. E allora la si potrebbe chiudere qui, giudicando perlomeno datato il tentativo del giovane regista australiano di origine greca. Lo si potrebbe perfino accusare di presunzione nel tirare in ballo la lezione neorealista. Ma sarebbe troppo facile, così come sarebbe fin troppo semplice stigmatizzare il tono indie di questo cinema apparentemente ripiegato su stesso.

La chiave del film non sta nel cosa ma nel come. La storia abbraccia la giornata in cui un padre scapestrato deve trovare i soldi per pagare il debito con l’usuraio e contestualmente occuparsi del figlioletto. Fin qui siamo nel classico schema dell’operina moral(eggiant)e tipica del filone indie appena evocato, ma c’è una componente tragica che viene affrontata con estrema dignità ed indovinata tensione emotiva.

Risultati immagini per west of sunshine film

Il padre, infatti, ha il vizio delle scommesse: i soldi rappresentano la cartina di tornasole della sua ossessione. Appena guadagnati, li reinveste in un’altra puntata, perdendoli sotto gli occhi immoti del figlio. La ludopatia è raccontata attraverso il filtro infantile: un gioco pericoloso ma sostanzialmente incompreso, un passaggio tra illusione e realtà annullato dall’inattesa gioia condivisa in seguito alla vittoria.

Anche nell’apice drammatico del film c’è lo sguardo del bambino ad interpretare ingenuamente la dipendenza, rappresentata dalla cocaina che il padre sta trafficando all’ultima spiaggia quotidiana grazie all’intervento di un’amica. Ignorando cosa effettivamente sia, il bambino ne fa esperienza su se stesso e la droga diventa inconsciamente il suo tentativo di esporsi agli occhi del padre come possibile alleato del suo peregrinare esistenziale.

Momento più devastante del film nonostante l’esito infine rassicurante, è il culmine di un apologo che poi va in discesa, cercando in simbolismi elementari (i capelli, la bici) una cifra ideale per connettersi alla sensibilità popolare, facendosi toccare dalla luce dolce di un sole invernale che accoglie i corpi nel bagliore di una malinconia in fieri.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...