Venezia 74 | Recensione: Zama

ZAMA (Argentina-Francia-Spagna-Paesi Bassi, 2017) di Anne Fontaine, con Daniel Giménez Cacho, Lola Dueñas, Juan Minujín, Matheus Nachtergaele, Rafael Spregelburd. Drammatico storico epico. ***

Zama si propone al pubblico internazionale come un potenziale classico della cinematografia nazionale. Tre le ragioni. La prima è culturale: all’origine c’è Antonio Di Benedetto, autore supremo della letteratura argentina del Novecento che raggiunse fama mondiale grazie al romanzo a cui si ispira il film. La seconda è artistica: dietro la macchina da presa c’è Lucrecia Martel, regista locale consacrata da alcuni importanti successi di pubblico e critica nel firmamento globale. La terza è industriale: prodotto anche da Pedro Almodóvar, trattasi del film più costoso della storia del cinema argentino.

Un grande sforzo economico e il meglio dei talenti su piazza per costruire un film che in ogni sua immagine esige di lasciare il segno, parlando alla propria terra in una prospettiva cosmopolita, cercando nel genius loci uno spettacolo accessibile ad una platea vasta attraverso suggestioni riferite ad immaginari esterni a quello argentino.

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Zama è girato esteticamente alla maniera di un’avventura esotica tipica del cinema dello stupore, ma è anche una visione mai idealizzata di un paesaggio seducente quanto pericoloso, e contiene pure il tentativo di erigere un’epica del furore trasmettendo la coscienza dell’impresa impossibile. Il titanismo alla prova della fragilità – e viceversa – nel contesto di un paese rigoglioso nella sua ancestrale incomprensione da parte dei conquistadores, civiltà perduta affascinata dal macguffin dei cocchi, al cui interno predatori di diversa estrazione credono siano nascoste pietre preziose.

Zama sta per Don Diego de Zama, ufficiale nato in Sud America nel XVIII secolo e confinato in Paraguay, in perenne attesa dalla Corona Spagnola della promozione che presuppone il congedo. Come in una sorta di deserto dei tartari incrociato col castello kafkiano, il destino governato da uomini loschi e spietati si accanisce senza scrupoli contro il protagonista, disposto ad affrontare una missione impossibile pur di esprimere il suo disperato bisogno di andarsene.

Per comunicare l’impotenza angosciante del tempo in sospeso, Martel dilata la scrittura in silenzi che riempiono l’immensità di un luogo dalla bellezza impenetrabile, accarezza un realismo magico venato di magnetismo iperrealista e solo verso la fine la parabola esplicita violenza e crudeltà allo zenit di una speranza ipotizzata nel finale votato alla fiducia nel futuro.

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