Venezia 74 | Recensione: La vita in comune

LA VITA IN COMUNE (Italia, 2017) di Edoardo Winspeare, con Gustavo Caputo, Antonio Carluccio, Celeste Casciaro, Claudio Giangreco, Davide Riso, Antonio Pennarella. Commedia. **

La vita in comune è letteralmente la vita dentro il comune di Disperata, borgo salentino che ha il suo destino nel nome. Ma se è vero che in origine l’etimologia della parola si riferiva all’esatto contrario dell’attuale senso corrente della parola, allora la storia si prefigge di negare continuamente ciò che l’apparenza lascia credere: e cioè che questo paese immaginario ma realistico come tantissimi altri nel meridione e non solo sia il laboratorio di un’Italia non raccontata dal cinema, in cui gli elementi strapaesani da folklore locale si incrociano con l’assenza di prospettive professionali e umane.

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Perni della narrazione sono quattro personaggi emblematici: un sindaco benestante ed intellettuale che non sa come connettersi al sentiment della popolazione attraverso l’amministrazione; la gestrice di un market che è anche consigliere comunale, volitiva e caparbia; suo marito nullafacente che dopo l’esperienza in carcere si reinventa poeta abbastanza naif; e il fratello di quest’ultimo, mitomane e millantatore che non ha alcuna intenzione di lavorare davvero.

Ci sono anche altri personaggi, e c’è pure un coro muto che bivacca al bar osservando la vita che non accade attorno, ma è soprattutto attorno a questi caratteri che Edoardo Winspeare orchestra la sua personale ricerca del tempo perduto in un’Italia omessa dalle cronache, in costante attesa che l’inatteso non avvenga per non essere colti impreparati: meglio costruire un ecomostro nella terra vergine e garantire un lavoro a qualche uomo di fatica o aspettare che la forse estinta foca monaca si palesi nuovamente al largo lasciando ipotizzare un futuro sostenibile?

Tuttavia, la teoria di questo film simpatico e divertente non trova nella narrazione sfilacciata una struttura in grado di reggere la commedia sociale che si propone. Se è vero che i personaggi assicurano uno spasso genuino (specie il neofita Antonio Carluccio, cinquantenne sfaccendato che sogna il colpo grosso e riceve una incredibile telefonata), è pur vero che ciò è determinato dal come che dal cosa, e questo perché il loro affrontare i limiti e le problematiche del vivere si declina in un dialetto ruspante che è forse la cosa migliore del film.

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Per carità, il film ha una sua grazia e Winspeare è regista di coerente serietà, ma l’eccessiva lunghezza e un’ultima parte sospesa tra la promozione turistica e il racconto buonista, la celebrazione del dilettantismo e la bontà delle intenzioni, non sembra essere particolarmente equilibrata. Gradevole e cordiale, ma sembra intrappolato nell’incontaminata bellezza del paesaggio che esalta.

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