Venezia 74 | Recensione: Ella & John (The Leisure Seeker)

ELLA & JOHN (THE LEISURE SEEKER, Italia-Francia, 2017) di Paolo Virzì, con Helen Mirren, Donald Sutherland, Kirsty Mitchell, Christian McKay. Commedia drammatica. ***

Chissà da dove nasce questa passione dei registi europei per il road movie. È un fatto che alla prima prova alcuni di loro abbiano scientemente trovato storie che potessero  percorrere la grande nazione che loro stessi dovevano imparare a conoscere. Importante è la data posta in calce al film: 29 agosto 2016, cioè gli ultimi mesi della campagna elettorale.

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Non ci è dato sapere quanto effettivamente sia stata voluta questa presenza politica che talvolta si fa strada senza un motivo che non sia il peregrinare dei due protagonisti lungo e dentro l’America profonda. E furbescamente Paolo Virzì coglie in questi brevi frammenti le trasformazioni del Paese filtrate dallo sguardo del provinciale disincantato ma curioso, dando anche l’idea di un film leggero, quasi in diretta, una sorta di fiction nei territori del reale.

Dopo Antonioni, Wenders, Sorrentino e decine di altri, è il turno di Virzì, che ad onor del vero tenta da parecchio di legittimarsi ad una platea internazionale. E se la prima volta andò maluccio (My name is Tanino), con gli ottimi Il capitale umano (tratto proprio da un romanzo americano) e La pazza gioia non gli è riuscito il salto, che probabilmente gli garantisce il cuore di quest’ultimo Ella & John, trasposizione del romanzo In viaggio contromano di Michael Zadoorian.

Storia di due anziani coniugi abbastanza acciaccati che si mettono in viaggio col camper verso la casa di Hemingway, è il biglietto da visita con cui Virzì si propone al cinema americano. Lo fa prendendosi pochi rischi: si fa affiancare da amici in sede di sceneggiatura (l’autore del Capitale umano Stephen Amidon, Francesca Archibugi e Francesco Piccolo) operando lievi modifiche al testo originario; depotenzia la sua regia alla ricerca di una trasparenza limpida e lineare pur non rinunciando a qualche fermento nostrano (la puntata nell’ospizio, le smemoratezze di lui e la logorrea di lei); lascia carta bianca ai protagonisti, che danno la loro personale versione dell’ormai fortunato filone del cinema geriatrico.

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La presenza di comprimari inutili fa capire quanto il titolo italiano corrisponda all’effettiva intenzione dell’autore: il film, infatti, molto corretto ed anche prevedibile, appartiene essenzialmente a Helen Mirren e Donald Sutherland, memorabili nell’esercizio del loro consumato mestiere, capaci comunque di non eccedere quasi mai lavorando in direzione quasi minimalista.

Se l’accento sudista della divina inglese ha destato qualche perplessità – subito ritrattata di fronte alla sapienza con la quale entra ed esce fisicamente dal dramma sanitario attraverso una parrucca e un po’ di whiskey, bisogna segnalare la perfetta performance di lui, credibilissimo nel calarsi dentro lo smarrimento di un uomo che ha immolato la vita a studiare e memorizzare quella letteratura che tuttavia persiste nei suoi monologhi. Spiritoso e commovente, è un leggiadro viale del tramonto pieno di luce e vita.

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