Venezia 74 | Recensione: Foxtrot

FOXTROT (Israele-Germania-Francia, 2017) di Samuel Maoz, con  Lior Ashkenazi, Sarah Adler, Dekel Adin, Yehuda Almagor, Shaul Amir, Gefen Barkai. Drammatico. *** ½

Il foxtrot è una danza in quattro tempi che ha l’obiettivo di far trottare il ballerino entro uno schema fisso per farlo tornare al punto di partenza. Attorno a questo concetto, Samuel Maoz costruisce il suo secondo film, dopo il Leone d’oro conquistato nel lontano 2009 con l’esordio Lebanon, e, come un esperto coreografo rimodula e reinventa il ballo alla base spirituale del progetto in una prospettiva in apparenza rigida ma esito di un profondo ripensamento.

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Tragedia in due atti con un epilogo finale, Foxtrot ragiona formalmente sul concetto di spazio. La prima parte segue lo shock di un padre alla notizia della morte del figlio soldato (la moglie è stata sedata seduta stante dagli emissari) e lo fa perdere dentro gli infiniti corridoi della casa, attendibile espressione del suo lavoro di architetto molto borghese chic. Intrappolato in un ambiente domestico nel quale è fondamentalmente a disagio, l’uomo si ritrova a dover affrontare i fantasmi del passato incarnati dalla madre, presenza ectoplasmatica a sua volta causa di repressi problemi.

Il secondo capitolo si sposta nella zona di frontiera dove è collocato il figlio, una landa deserta al crocevia con un imprecisato confine: qui la metafora si fa scoperta, il film prende la via del grottesco e rifiuta il realismo per scegliere un approccio chiaramente allegorico, con il container che ospita i soldati progressivamente inclinato verso l’affondamento e un cammello che transita placido ogni giorno.

Se l’elaborazione del lutto è costretta ad esplodere nei limiti infiniti di una casa apparentemente sconfinata, parallelamente la vita del figlio non-accade in uno spazio effettivamente senza confini ma che è letteralmente un confine. Nel finale si torna al punto di partenza – come, appunto, la danza titolare – e, all’interno del racconto principale, c’è il sottoracconto dell’antico dramma paterno annunciato dalla seconda parte ed esplicitato nell’epilogo che è a sua volta un’altra versione del ballo fin qui convocato.

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La tragedia familiare non rinuncia al potenziale sarcastico suggerito dalle mille tracce depositato da Maoz lungo le strade interne ed esterne, ha la coscienza del trauma che sta alla base della rimozione e viceversa, scandaglia il dolore girando su se stesso per ricercare il senso di un esistere precario. Lo fa con qualche virtuosismo di troppo che denota una regia evidentemente forte, ma pur nell’evidenza della struttura è un film straordinario per dolenza ed empatia.

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