Venezia 74 | Recensione: Gatta Cenerentola

GATTA CENERENTOLA (Italia, 2017) di Ivan Cappiello, Dario Sansone, Marino Guarnieri, Alessandro Rak. Animazione musical. ****

Ci siamo. Dopo le belle premesse de L’arte della felicità, la factory napoletana Mad (d’ora in poi per comodità Rak & co.) mette a segno un colpaccio come raramente capita, smuovendo le acque dell’animazione italiana che assai di rado riceve gli elogi e i finanziamenti che meriterebbe. Servendosi dell’antica favola raccolta dal Basile nella sua antologia, Roberto De Simone aveva già utilizzato il canovaccio per reinventare la favola nella cornice musicale della Napoli secentesca.

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Rak & co. recuperano la visione dell’opera di De Simone e, capendone l’universalità dell’apologo, trasferiscono l’azione dal Seicento ad un presente futuribile. Sin dal principio è un’operazione che omaggia il genius loci, connettendo sentimentalmente la tradizione letteraria con la rivoluzione musicale arrivando all’innovazione cinematografica. Un manifesto che si propone d’essere la bandiera di un cinema, quello napoletano (campano), che, sebbene ciclicamente dimostri vitalità, è oggi centrale nelle dinamiche nazionali.

Gatta Cenerentola è un’immersione nel ventre di Napoli, qui rappresentata dal mare su cui galleggia una nave che, nella prospettiva dell’armatore Vittorio Basile (!), dovrebbe essere il simbolo di una sorta di cittadella della scienza e della memoria, finché il suo omicidio porta l’assassino, il crudele scarparo Salvatore Lo Giusto, ad impossessarsi del transatlantico e quindi dell’intera città, affondata in una dimensione criminale ed atroce, tribale e spettrale.

Il punto di partenza è questo ma la storia, nella sua brevità sullo schermo, è in realtà abbastanza intricata, benché proceda secondo la proverbiale favola titolare. Si chiama Mia, è la figlia di Basile e, alla morte del padre, cresce con la matrigna Angelica (!), sei sorellastre e un fratellastro femminniello. Il trauma e il trattamento riservatole le impediscono di parlare, fino a quando Primo Gemito (!), ex guardia del corpo di Basile, torna sotto copertura per salvarla prima del suo diciottesimo compleanno.

Tutto ciò avviene su una nave in cui, secondo il brevetto di Basile, le anime sono riconvocate all’infinito come fantasmi per mettere i viventi al cospetto dei passati rimossi, mentre un costante pulviscolo riempie la scena per sottolineare il senso funereo di una storia che si prepara all’apocalisse imminente, e non per il Vesuvio che incombe nel panorama ma per l’avidità di un villain nella cui figura collimano tutte le scorie di una città ferita a morte.

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Lo Giusto, detto ‘o Re, è, nell’ordine: un assassino, un trafficante di droga, un cocainomane, un traditore, un truffatore, un corruttore, un pedofilo e non solo. E in più è un cantante neomelodico, suggerendo sia il narcisismo egotico del male che qualche allusione all’incidenza di questo genere musicale nella mitologia negativa della camorra (già in Gomorra era chiaro il legame). Gli dà la voce Massimiliano Gallo, con suprema potenza inquietante.

Al suo fianco, Angelica è una matrigna strepitosa, innamorata e cosciente dello scorrere del tempo, disperatamente dominata dall’ineluttabilità dell’esercizio del male: è doppiata da Maria Pia Calzone, che offre una performance memorabile specie nel suo numero musicale finale. Ma tutti i personaggi sono costruiti benissimo ed abitano con questo piccolo capolavoro zeppo di invenzioni visive e sonore, un clamoroso racconto, con canzoni straordinarie, allucinato ed abbacinante, ambizioso e straripante, tenebroso e coinvolgente.

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