Venezia 74 | Recensione: Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)

TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI (THREE BILLBOARDS OUTSIDE EBBING, MISSOURI, U.S.A.-G.B., 2017) di Martin McDonagh, con Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, John Hawkes, Lucas Hedgens, Peter Dinklage, Caleb Landry Jones, Abbie Cornish. Drammatico commedia. ****

Siccome la polizia non procede sul caso della figlia stuprata, uccisa e bruciata, sua madre fa affiggere tre manifesti shock in una strada poco praticata ma dall’evidente potenza simbolica (è nei pressi del fattaccio). La cittadina capisce il dramma della donna ma si schiera dalla parte dello sceriffo molto benvoluto e dal destino purtroppo segnato.

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Detta così, è una tragedia. Diretta da Martin McDonagh, diventa una commedia. Una cosa non nega l’altra in questo Grande Romanzo Americano che sfugge agli incasellamenti e trova il grottesco nelle pieghe di una storia devastante e viceversa. Sullo sfondo di una provincia gretta che sembra essere l’ultima frontiera del western nel contemporaneo, Frances McDormand cammina come John Wayne verso il tramonto, con il passo fiero di chi sa che non basta aver ragione per essere dalla parte giusta.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è soprattutto il capolavoro di un’attrice unica nel suo genere, che domina il film con spettacolare maestria, capace di dirompenti monologhi caustici e momenti di assoluta e sincera commozione, convocando la dimensione androgina della sua figura spigolosa (il riferimento a Wayne è dichiarato ed esplicito) per rappresentare una delle più mastodontiche disgrazie di un essere umano.

Contraltari del suo estremismo, due uomini d’ordine a loro volta l’uno antitetico all’altro: se lo sceriffo Woody Harrelson incarna il buon senso del senso comune il cui approccio civile spesso non risulta all’altezza della brutalità del quotidiano, all’agente Sam Rockwell è delegata la rappresentazione di un fanatismo opposto a quello della madre coraggio ma affine per la paura di smarrire le stelle polari dell’esistenza.

Fattosi poliziotto per incanalare la rabbia in un criminale esercizio delle funzioni, questo personaggio diventa in realtà il vero alleato della protagonista: entrambi sono sopravvissuti al male, lo conoscono e lo sfidano ognuno a proprio modo. McDonagh capisce che il luogo è i suoi abitanti, distilla l’umorismo nero nel tono mai gioviale di un dramma personale che si fa collettivo, reinterpretato dalla televisione con la morbosità dovuta alla cronaca nera e vissuto dalla città alla stregua del tourning point dei propri non-detti.

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Una travolgente american story che si staglia nel panorama odierno in quanto classico immediato come prima molte altre narrazione dentro il cuore del Grande Paese, epicentro di un’inquietudine nazionale e coacervo della minaccia incombente di un male senza nome, è la definitiva consacrazione dell’autore nel cinema di prima fascia, complici le maestose perfomance del triangolo protagonista e la colonna sonora di Carter Buwell, altro coeniano coinvolto in questo cinema che deve qualcosa al magistero dei due fratelli.

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