Venezia 74 | Recensione: Ammore e malavita

AMMORE E MALAVITA (Italia, 2017) dei Manetti Bros., con Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Claudia Gerini, Carlo Buccirosso, Raiz, Antonio Buonomo, Giovanni Esposito, Franco Ricciardi, Lucianna De Falco, Antonino Iuorio, Pino Mauro. Musical commedia thriller. ****

Difficile trattenere l’entusiasmo di fronte ad Ammore e malavita, la definitiva consacrazione dei Manetti Bros. nel cinema di prima fascia per legittimazione veneziana, punto di arrivo di un percorso più che ventennale che ha frequentato il genere dal low budget alle produzioni televisive, rivelando sempre un’onnivora cinefilia mai fine a se stessa nel rappresentare i mondi che sceglievano di raccontare con lo scafato mestiere di chi sa come funziona la macchina-cinema.

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Alla seconda esperienza napoletana, i fratelli romani trionfano in un musical roboante, citazionista, autoironico, perfino coraggioso nel panorama di un cinema che raramente sa giocare e liberarsi delle sue zavorre. Inserendosi in una parca se non sporadica tradizione che va da Carosello napoletano a Tano da morire passando per La Tosca e i pochi cartoon lunghi nostrani, i Manetti esplorano una terra in costante ripensamento di se stessa, che nell’ultima Mostra ha esibito le mille sfaccettature del suo volto pubblicamente deturpato dalla catastrofe camorristica e che, nella prospettiva dei registi, è un coacervo di emozioni locali e suggestioni straniere.

Storia dei cinque giorni nei quali don Vincenzo Strozzalone e sua moglie donna Maria architettano la finta morte di lui per scampare alla faida con un altro clan e cambiare vita, Ammore e malavita acclude già del titolo le due dimensioni del film: lo sterminato repertorio folkloristico e musicale e la criminalità dilagante. Quest’ultima finisce per essere totalmente assorbita dalla parola che l’accompagna così da dar vita ad un universo in cui i proiettili fanno male quanto i sentimenti, sullo sfondo di una città colorata di cromatismi ora acidi ora accesi come in una sorta di Bollywood ‘ncoppa o’ Vesuvio.

Come i registi, anche lo sguardo dei protagonisti è filtrato ed influenzato dall’immaginario cinematografico, sottolineando in questo modo quanto il realismo non debba e voglia abitare in questa fuga onirica pur dentro la realtà (ma in fondo Napoli non è leggibile proprio come un musical? non c’è nella sua storia il germe di una propensione all’enfasi retorica distante dal musical americano inteso come esplorazione del sogno? quanto sogno c’è in questa Napoli troppo immersa nella realtà per non considerare anche le canzoni parti della realtà stessa?).

Tutto è esplicitato: la messinscena della finta morte viene da 007 – Si vive solo due volte, gli scagnozzi Ciro e Rosario sono stati educati sulla scorta di Bruce Lee, l’amore di Fatima esplode sulle note di un’indimenticabile cover di What a Feeling, donna Maria si è fatta costruire una Panic Room e conosce a memoria Notting Hill.

Proprio quest’ultimo personaggio, una serva diventata padrona, è quella più sospesa tra esperienza favolistica e animo da sceneggiata, una sciantosa senza pubblico che vive attraverso i film che ha visto e che può finalmente interpretare uno dei ruoli della vita: la vedova piangente di un gangster movie. Ad incarnarla è la Claudia Gerini migliore di sempre, finalmente nel genere in cui può esprimere al meglio le proprie potenzialità, qui sposata al gigantesco Carlo Buccirosso, boss da commedia coinvolto nelle situazioni più paradossali e con battute da mandare a memoria (più o meno: «sei inutile come la pummarola sulla pasta a vongole»).

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Coppia dannata da sceneggiata, è il contraltare adulto e grottesco delle altre due coppie: Giampaolo Morelli e Raiz, gorilla cresciuti come fratelli e destinati a singolar tenzone; e Morelli e Serena Rossi, amori di gioventù ritrovatosi in rocambolesca circostanza (tutti ottimi). Si esprimono attraverso canzoni, modulano i propri sentimenti sul pentagramma di melodie popolari, benedetti dal leggendario Pino Mauro appollaiato su trono trash al centro di Piazza del Plebiscito mentre canta Chiagne Femmena.

Scritte da Pivio e Aldo De Scalzi, le canzoni di Ammore e malavita dicono ciò che il realismo non ha l’audacia di asserire, dal marketing gomorresco (la sfacciatissima Scampia Disco Dance) al mélo nero (Come fossero proiettili) fino alla parodia neomelodica (Guaglione ‘e malavita). Una travolgente macchina spettacolare pop e pulp a cui la platea veneziana ha tributato applausi scroscianti e risate genuine. Film capitale del nuovo cinema italiano.

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