Venezia 74 | Recensione: Il colore nascosto delle cose

IL COLORE NASCOSTO DELLE COSE (Italia-Svizzera, 2017) di Silvio Soldini, con Valeria Golino, Adriano Giannini, Arianna Scommegna, Laura Adriani, Anna Ferzetti, Mattia Sbragia, Andrea Pennacchi, Beniamino Marcone. Sentimentale. **

Non è mai una garanzia essere presentati fuori concorso a Venezia. A volte la presenza esterna alla gara intende segnalare un evento speciale, ma nella maggior parte dei casi è il segno che qualcosa non quadra. Spesso le grandi distribuzioni presentano un pacchetto di film da spalmare lungo il festival, lasciando alla direzione la scelta della collocazione migliore.

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Quella de Il colore nascosto delle cose è giusta, perché in questo modo si è protetto il lavoro di un autore rispettabile ma che, nella coerenza del suo percorso, sta dimostrando qualche problema di troppo nel territorio fiction (a differenza del documentario o cinema del reale, dove sta raggiungendo risultati pregevolissimi, come Il fiume ha sempre ragione).

L’immaginario della storia sembra fermo ad una stagione lontana: il protagonista è un quarantenne pubblicitario di successo, mestiere inflazionatissimo nel cinema medio italiano, fidanzato senza conviverci con una donna che organizza eventi ed amante della moglie di uno che gira il mondo per lavoro. Sullo sfondo c’è una Roma serenamente anonima, tipica dell’approccio minimalista di Silvio Soldini, autore delle piccole cose che avvengono in spazi metropolitani e dialogano coi personaggi alla ricerca di un’armonia impossibile.

Ma, come suggerisce il titolo di lavorazione che è diventato anche il titolo internazionale, il cuore del racconto è Emma, un’osteopata non vedente che scombussola la vita del pubblicitario. Attraversando le esistenze in bilico dei due personaggi, Soldini sperimenta diverse scelte registiche: quando sono soli e sperduti, li chiude nei quattro terzi di un formato soffocante; insieme, aprono letteralmente l’inquadratura alla scoperta della progressiva esperienza della felicità; d’altro canto, il mondo circostante ad Emma è fuori fuoco, inafferrabile agli occhi di una donna che non può fermarsi alle apparenze.

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Sono scelte interessanti ma che danno l’impressione di un progetto sin troppo esposto, scopertamente intrappolato nei limiti delle sue idee, che restringono lo sguardo di Soldini entro territori fin troppo prevedibili nel dipanarsi di una narrazione intrigante quanto scontata. A loro modo, i singoli elementi funzionano, ma non bastano la umorale fotografia di Matteo Cocco e l’ottima interpretazione di Valeria Golino per eliminare il vago odore di stantio di questo cinema un po’ superato.

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