Venezia 74 | Recensione: Le fidèle

LE FIDÈLE (Belgio-Paesi Bassi-Francia, 2017) di Michaël R. Roskam, con Matthias Schoenaerts, Adèle Exarchopoulos, Kerem Can, Sam Louwyck, Igor van Dessel. Mélo noir. ** ½

Come suggerisce il titolo, Michaël R. Roskam incentra il discorso del suo terzo film attorno al concetto di fedeltà allacciandolo a quello di fiducia. Più nello specifico, ad essere convocati sono proprio i protagonisti, fedeli, appunto, all’amore giurato sin dal primo sguardo, negandosi i fiori che si regalano le coppie convenzionali e sfidando tutti gli ostacoli, compresi quelli posti da loro stessi, in particolare da lui.

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Ebbene sì, perché se Bénédicte è una pilota con alle spalle una famiglia solida e presente, Gino è, da par suo, un malvivente in doppiopetto. Dice di vendere macchine ma in realtà campa di rapine, che organizza e compie in compagnia degli amici conosciuti nell’istituto in cui fa mandato da bambino. Anche in questo caso lui paga pegno alla fedeltà, andando contro la fiducia che in lui ripone la nuova innamorata.

Nell’incipit, per di più, lo vediamo piccolo, fuggitivo e ferito, insidiato dal latrato di un cane: e sarà quello che è proverbialmente il miglior amico dell’uomo a rappresentare il punto di caduta della sua fragilità, pronto a comparire in almeno due occasioni a ricordare quanto l’involucro spaccone non corrisponda all’inquietudine dell’animo. Per Roskam, la fedeltà diventa allora un’accogliente trappola su cui poggia le basi il melodramma che ha in cuore il suo finto noir.

Le azioni criminali messe in atto da lui servono alla narrazione per poter sviluppare il discorso amoroso tra Bibi e Gigi (come si chiamano tra loro), due presenze da fotoromanzo di cui Roskam riesce ad evidenziare il carisma insito alle immagini che i due attori veicolano. Avvolti in un’aurea che allude ad un’affascinante patina vintage dal potenziale fortemente malinconico,

Bellissimi e disperati, Matthias Schoenaerts e Adèle Exarchopoulos si sottopongono a quella che è forse la prima prova dello strano divismo europeo di cui sono ottimi rappresentanti, provenienti da un cinema d’autore che si è già avvalso dei loro corpi in situazioni determinanti (Un sapore di ruggine ed ossa e La vita di Adéle). Fisicità aggressive che comunicano benissimo l’alchimia animalesca e la passione sessuale che edificano il sentimento di Gigi e Bibi.

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Strutturato in due atti intestati agli amanti e un epilogo che ha nel titolo il messaggio in codice del loro amore (Niente fiori), il film accoglie trasversalmente i punti di vista dei rispettivi titolari dei capitoli, pur dando l’idea che sia solo un escamotage narrativo per conferire una coinvolgente aurea romanzesca. Purtroppo c’è qualche incongruenza nel dipanarsi della narrazione e serpeggiano due o tre banalità di troppo, però il finale esplode nel mélo più spudorato e va bene così.

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