Venezia 74 | Recensione: Les bienheureux

LES BIENHEUREUX (Francia-Belgio, 2017) di Sofia Djama, con Sami Bouajila, Nadia Kaci, Amine Lansari, Lyna Khoudri. Drammatico. ** ½

Prima del film, una serie di informazioni ci introducono nel contesto socio-politico della storia. È un film di produzione franco-belga, pensato per un pubblico internazionale e che, giustamente, mette in conto la sua mancanza di coordinate. Già questo elemento fa capire che, per certi versi, Les bienheureux si accorda allo sguardo dei borghesi rappresentativi, col tono un po’ supponente e cattedratico di chi intende indottrinare i profani, omettendo nella disanima ciò che la propria coscienza progressista distilla nell’accusa al regime governativo e l’impotenza di una generazione priva di appigli.

Nel cuore di questa frattura si muove il dramma di coloro che trovano nel fanatismo religioso le risposte che i padri non sono capaci di elaborare al cospetto delle grandi questioni che pone una nazione in balia del proprio futuro incerto. Al suo debutto dietro la macchina da presa, Sofia Djama scandaglia i tormenti e i non-detti della società algerina, osservando i contraccolpi della politica repressiva sul privato di persone esposte ad essa.

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La narrazione incrocia almeno tre piani, scegliendo la giovane Reda come punto di connessione e di caduta delle vicende: è lei, orfana di una resistente caduta nella guerra civile, ad andare per un aborto clandestino, causato dalla relazione con un uomo più adulto, allo studio del ginecologo radical Samir, sposato alla docente Amal, genitori di Fahim, che col fratello di Reda frequenta una moschea estremista. Un mosaico di esperienze intrecciate che si incontrano allo specchio di una nazione all’apice della vulnerabilità, smascherando la borghesia sull’altare delle sue ipocrisie e svelando lo smarrimento giovanile al crocevia dell’intolleranza travestita da religione.

Les bienheureux (letteralmente “i benedetti”: da chi? da cosa? forse va letto al contrario, con fatalista ironia o remissivo disincanto) diventa una sorta di seduta psicanalitica, esplicitata dai due momenti corali antitetici (la cena tra amici e la scena in moschea) che dimostrano la fragilità del tessuto collettivo e da altri due momenti rivelatori (la seconda cena della coppia borghese e l’arresto per strada di un ragazzo), una catabasi nel presente che prepara il futuro, la cartina di tornasole ai progetti di fuga dalle prospettive opprimenti della patria.

Non sempre indovinato nel calibrare le varie componenti narrative e strutturali in un intreccio davvero compatto ed avvincente, è un teso e nervoso gioco al massacro in cui arde la brace di un malessere, che costruisce tensione accumulando situazioni pronti a deflagrare, attraverso le glaciali immagini di una cronaca inospitale.

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