Venezia 74 | Recensione: Mektoub, My Love: Canto Uno

MEKTOUB, MY LOVE: CANTO UNO (Francia, 2017) di Abdellatif Kechiche, con Shain Boumedine, Ophélie Baufle, Salim Kechiouche, Lou Luttiau, Alexia Chardard, Hefsia Herzi. Drammatico sentimentale. ** ½

È il primo atto di una trilogia annunciata, così come La vita di Adele era a sua volta l’inizio di un dittico, e si rifà ad un romanzo di François Bégaudeau. Non difetta d’ambizione, Abdellatif Kechiche, né teme di prendersi i propri tempi per trovare la misura a lui più confacente per raccontare quello che, avendo visto solo il primo capitolo, pare essere il coming of age di un personaggio dalle evidenti caratteristiche autobiografiche.

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Il protagonista è Amin, un ventenne francese di origini tunisine tornato a casa per le vacanze estive da Parigi, dove studia per diventare sceneggiatore (regista?). Il suo ingresso in scena avviene nella prima inquadratura, mentre spia il cugino e l’amante intenti a copulare di nascosto in casa di lei. È una scena abbastanza lunga, in cui Kechiche induce assai sulle forme morbide del corpo femminile, quasi accordandosi all’azione erotica perpetrata da lui.

Ed è una dichiarazione d’intenti: lo sguardo di Kechiche è tutto sui corpi che abitano lo schermo, soprattutto giovani nel rigoglioso fiorire della post-gioventù ma anche la generazione precedente, sospesa tra maternità diversamente espresse o giovanilismi esasperati in libidinosi edonismi. Nel frattempo, verso Amin convoglia l’interesse romanzesco, focalizzato sulla sua sostanziale noncuranza nei confronti della sessualità e sulla scoperta di un mondo da filtrare attraverso l’occhio di un supporto, per il momento una macchina fotografica.

Mentre attorno a lui trionfa la brama di vivere, Amin sceglie di concentrarsi sul miracolo del venire al mondo, ritirandosi nella stalla dell’amante del cugino – ragazza florida da cui lui è evidentemente attratto – per riprendere il parto di una capra. Ostile all’idea del montaggio, Kechiche dedica almeno dieci minuti a questo documento a suo modo unico, che anticipa la lunga, estenuante ed ormai celebre scena della discoteca.

Un tripudio di effetti sonori insinuati sotto canzoni in voga alla metà degli anni novanta e, ancora, un’elegia al culo femminile nonché, di rimbalzo, la celebrazione del voyeurismo di Kechiche, attento agli atti erotici compiuti dalle attrici con una morbosità inequivocabile seppur funzionale. Strutturato proprio accompagnando Amin in sequenze prive di frammentazione, estese ed ampie come la sensazione di vita che intende restituire, il film rivela a poco a poco la sua reale natura.

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Trattasi di un incipit in cui i personaggi si presentano al cospetto del pubblico con la chiara intenzione di entrare nelle sue grazie, mettendo in atto la strategia attraverso un diluvio di parole che riempiono il film senza mai lasciare davvero una traccia fondamentale: pensiamo alle donne adulte, la cui efficacia interpretativa è data principalmente da come si muovono e da cosa suggeriscono mediante le loro particolari fisicità.

E se fosse un bluff? Se questa preparazione dell’attesa verso i restanti capitoli fosse solo una prova generale, una simulazione di vita fine a se stessa con obiettivi che sovrintendono la narrazione vera e propria, un catalogo di esperienze da commedia umana ma senza l’intreccio entro i quali questi caratteri sguazzerebbero con gioia? In fin dei conti, Mektoub sembra una furbissima, rutilante, accattivante, eccessiva rapsodia che appassiona ed irrita al contempo, accumulando banalità nella speranza di arrivare a qualche meta non ancora visibile.

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