Venezia 74 | Recensione: L’affido (Jusqu’à la garde)

L’AFFIDO (JUSQU’A LA GARDE, Francia, 2017) di Xavier Legrand, con Léa Drucker, Denis Menochet, Thomas Gioria, Mathilde Auneveux, Mathieu Saikaly. Drammatico. *** ½

Conosciamo Miriam e Antoine di fronte ad un giudice: si sono separati, hanno palesi difficoltà di comunicazione ma devono decidere sulla custodia del secondogenito minorenne, che ha esplicitamente richiesto di non essere affidato al padre. La sentenza è chiara: l’affido è congiunto, perché la madre non ha solidità economica al contrario del padre che sta per trasferirsi pur di stare vicino al figlio. Perché Miriam è così restia a lasciare il piccolo col padre?

Perché Antoine è semplicemente spregevole: le toglie la vita, sospetta che l’ex moglie abbia amanti che hanno causato la rottura, si sfoga sul bambino che terrorizza senza pietà, millanta un rinsavimento troppo infido per essere credibile. Quando la situazione deflagra, tutto torna: L’affido è un film sulla violenza domestica e i suoi contraccolpi, contro donne che nemmeno la legge riesce a tutelare e figli che subiscono la crudeltà altrui.

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Esordiente dietro la macchina da presa, l’attore Xavier Legrand costruisce chirurgicamente una vicenda dal devastante impatto emotivo e, ad onor del vero, non ci va tanto per il sottile in questo implacabile drammone su quel che accade dopo la disgregazione di una famiglia. Tuttavia, c’è da dire che il tono ricattatorio ha qui cittadinanza perché contribuisce a montare la tensione nei momenti più estremi ed insopportabili della storia.

Senza esclusione di colpi, con almeno due o tre momenti – compreso l’insostenibile finale – in cui dimostra di saper abbacinare lo spettatore sulla strada del thriller sociale, Legrand dirige con una scaltrezza incredibile, dando prova di un talento all’altezza del poderoso tema su cui s’incardina il film stesso.

Gli sono complici gli straordinari protagonisti: il padre Denis Menochet ha una bestialità talmente umana da incutere paura anche quando i suoi occhi sembrano tradire la violenza delle sue azioni; la madre Léa Drucker comunica con grande pathos l’insopportabile angoscia a cui è sottoposto il suo personaggio-vittima; ma gli applausi sono soprattutto per Thomas Gioria che piange con una tale verità da colpire al cuore ogni volta che il suo viso appare sullo schermo.

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