Recensione: L’intrusa

L’INTRUSA (Italia-Svizzera, 2017) di Leonardo Di Costanzo, con Raffaella Giordano, Valentina Vannino, Martina Abbate, Anna Patierno, Marcello Fonte, Gianni Vastarella, Flavio Rizzo. Drammatico. ****

Un cinema di spazi, quello di Leonardo Di Costanzo. Spazi chiusi, spazi distanti, spazi ostili. La Masseria, il luogo gestito da Giovanna per aiutare bambini svantaggiati, è dentro Napoli restandone fuori: la città è un suono, un rumore lontano, una cintura di palazzi che separa il sobborgo dal centro; eppure essa è tutta lì dentro, con le contraddizioni e le difficoltà della metropoli proiettate nel microcosmo periferico della parabola universale.

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Cinema esemplare: una storia che è un teorema, studiata con l’idea di concepire un’opera debitrice ai codici della classicità, abitata da personaggi che sono funzioni di un ingranaggio ben congegnato, solisti che cercano di plasmare il coro al proprio pensiero e cori che trasmettono l’humus di un malessere interiore e il genius loci di una tragedia collettiva. Cinema che si mette accanto ai personaggi, pittura murale che cala il film nell’ambiente riprodotto restituendo la realtà.

Spazi: l’intrusa oppure l’esclusa, o per meglio dire le intruse rispetto agli spazi. Una e trina: Giovanna, senza passato ma solo un presente rivolto al futuro, mai un cedimento alle emozioni, solo l’ostinata, coraggiosa, disperata difesa del principio di inclusione in quanto salvezza nonostante la perplessità circostante; Maria, la donna ospitata nella casupola della Masseria, che l’inganna non dicendole d’essere la moglie d’un camorrista, legata alla tracotanza del suo ruolo sociale quanto al sotteso bisogno d’emanciparsene; e Rita, la bambina, pietra dello scandalo nella comunità di mamme ostili all’idea che i figli possano giocare con la figlia di chi distrugge quotidianamente le vite delle persone.

Cinema di suoni affastellati o distanti: e di silenzi, come quello di Ernestina, che non parla più da quando ha visto picchiare a morte il padre, e di Giovanna, che pondera ogni parola. Raffaella Giordano, storica danzatrice, dà l’idea di pesarle, le parole, con la sua recitazione brechtiana in cui lo straniamento viene dal fondo, da un abisso che pare di aver sperimentato sulla propria pelle. Un corpo elegante ed estraneo, figura che domina uno spazio che per anagrafe non le appartiene e scelta della lingua nazionale in dialettica con l’imperante dialetto locale al fine di rimarcare una distanza necessaria alla missione e fondamentale per l’economia del personaggio.

Come L’intervallo, un cinema di minori: bambini veri, presi dal reale e sublimati nell’ipotesi di una verità ripensata nei confini dello spazio-parabola, uniti dal destino di poter non essere ciò che offre il peggio del loro background; e bambine che trovano nel problema al centro del dramma la possibilità del proprio racconto di formazione. Ovvero Maria, privata del marito e che rifiutando la famiglia entra nella maturità capendo la propria tragedia attraverso quella altrui.

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Così, quel finale amarissimo – e forse non da tutti condiviso – mette in scena la sconfitta, e un attimo dopo la necessità di ricominciare per accogliere la comunità in un altro futuro possibile ed assieme garantire un futuro diverso a tutte le altre Maria. Di Costanzo fa un cinema umanistico, chiuso in spazi problematici eppure con la porta mai chiusa al mondo esterno: non la indica ma accompagna i personaggi della finzione – che sono persone della realtà – verso un nuovo inizio.

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