Recensione: Dunkirk

DUNKIRK (U.S.A.-G.B.-Paesi Bassi-Francia, 2017) di Christopher Nolan, con Fion Whitehead, Tom Glynn-Carney, Jack Lowden, Harry Styles, Aneurine Barnard, James D’Arcy, Barry Keoghan, Kenneth Branagh, Mark Rylance, Cillian Murphy, Tom Hardy. Guerra. *** ½

Impossibile quantificare le parole finora spese su Dunkirk. Capita a quei film che escono al momento giusto, capaci di incontrare un pubblico trasversale disposto ad investire la propria attenzione in una storia immersiva e ad alto tasso emozionale. Ed accade a quegli autori contemporanei che gli esegeti più faziosi cercano di collocare all’interno di una storia del cinema già storicizzata d’ufficio, altresì in grado di suscitare sensazioni perlomeno discordanti in coloro che non ne apprezzano fino in fondo qualità e stile.

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È, ovviamente, il caso di Christopher Nolan, anzitempo assurto al rango di erede di Stanley Kubrick e qui impegnato in un lavoro che avrebbe fatto la gioia di David Lean. Inutile ricordare di cosa stiamo parlando: è la ritirata di Dunkerque, sconfitta militare inglese ma ripartenza emotiva per la futura vittoria contro i tedeschi.

La scelta di intitolare il film col nome anglosassone della spiaggia francese – che ha certamente una motivazione commerciale abbastanza intuibile – va tuttavia letta secondo il punto di vista dei protagonisti: a chi lamenta la mancanza della fondamentale presenza francese, ridotta a pochi soldati nell’incipit e un infiltrato a bordo, sfugge non solo il concetto che un film storico non è la storia ma soprattutto quanto Dunkirk sia votato alla prospettiva dei vinti.

È sì il racconto di una sconfitta dolorosa, faticosa, estenuante; ma è anche una catabasi del corpo che preannuncia la rinascita dello spirito. Interessato da sempre a trasformare i generi dal loro interno, Nolan capovolge il war movie ricercandone una purezza originaria che è essenzialmente un’aspirazione morale: elimina il sangue ma non la violenza, fa sentire la morte attorno senza abusare di pornografia, sceglie l’acqua come elemento di fine (l’affondamento, gli annegamenti, gli incendi) e salvezza (le imbarcazioni dei civili). Certamente capitale l’apporto di Hoyte Van Hoytema, che modula i cromatismi cercando l’inospitale incubo del gelo.

Eppure ciò che forse non convince del tutto di Dunkirk attiene alla caratteristica cifra dell’autore di lavorare dentro e sul tempo. Tre piani del racconto: il molo, una settimana; il mare, un giorno; il cielo, un’ora. Nolan li intreccia creando un tempo che non esiste all’interno del tempo ufficiale, in cui l’ampio arco del primo s’interseca col rapido stacco del terzo in una dimensione alternativa alla cronologia, come in un bignami storico illuminato dalla visionarietà narrativa di un autore che investe molto nel ripensare gli spazi e le durate.

Tuttavia, il film sembra quasi intrappolato in questa programmatica ripartizione, quasi non riuscisse a trasmettere la logorante attesa del molo, la paziente ansia del mare e la febbricitante rapidità del cielo. Funziona l’illusione che tutto avvenga nella medesima ora e quaranta di film (e molto si deve al montaggio di Lee Smith, che ha capito e sa organizzare la vocazione sinfonica del pensiero di Nolan): a patto che si faccia pace con quanto puntualmente scritto nelle didascalie iniziale.

Meglio il discorso sugli spazi: il comandante Kenneth Branagh che riesce a vedere il profilo dell’isola patria, raggiungendo picchi di commozione patriottica quando la geografia si tramuta in corpi con l’arrivo dei civili; Mark Rylance, caparbio padre di famiglia che domina l’immensità del mare per riscattare le colpe della sua generazione; gli aviatori Tom Hardy e Jack Lowden che trasvolano i cieli con una padronanza che non è loro concessa sulla terraferma.

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Ma il lavoro sugli spazi riguarda soprattutto i soldati, massa vittima del destino macellaio, costretta nel cacciatorpediniere a sacrificare i feriti sull’altare della vita o mettere in atto strategie di sopravvivenza cameratesche e a tornare sulla spiaggia singole individualità laddove il pericolo diventa verticale e impossibile da evitare. Tutti giovani, naturalmente, in un rispecchiamento col pubblico di riferimento del film che agisce verso la condanna non tanto della guerra in sé quanto una riflessione sulle conseguenze della guerra, come esplicitato dal devastante trauma di Cillian Murphy.

Nel suo film più secco e conciso dai tempi dell’esordio, Nolan costruisce un’operazione magmatica e complessa filtrando la retorica della guerra in una prospettiva rigorosa e viscerale, riducendo il dialogo alle necessarie contingenze narrative, preferendo che gli sguardi si perdano nel mare o nel cielo alla ricerca di una salvezza mai personale e sempre collettiva, disciplinando la propria eccitante capacità registica all’ambizione di un lavoro superbo.

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