Recensione: L’inganno

L’INGANNO (THE BEGUILED, U.S.A., 2017) di Sofia Coppola, con Nicole Kidman, Colin Farrell, Kirsten Dunst, Elle Fanning, Angourie Rice, Oona Lawrence, Emma Howard, Addison Riecke. Drammatico. **

Risultati immagini per the beguiled filmL’inganno svela definitivamente i dubbi sul cinema di Sofia Coppola. La maggior parte dei recensori, specie quelli di vecchia scuola, sta leggendo il suo ultimo film in parallelo con La notte brava del soldato Jonathan di Don Siegel, poiché precedente – e all’epoca sottovalutato – adattamento del romanzo A Painted Devil di Thomas P. Cullinan all’origine del lavoro scritto e diretto dalla regista. Sarebbe fin troppo facile avanzare perplessità sulla scorta delle differenze tra i due film: è naturale che ogni autore alle prese con una storia pensata da altri è legittimato a reinterpretarla in base alla propria sensibilità.

Tuttavia, il discorso potrebbe rivelarsi più ampio e critico: e se la scelta del remake sia invece da intendersi con la scelta della figlia d’arte di misurarsi e scontrarsi con la storia del cinema? Più che col moloch familiare rappresentato da cotanto padre, già abbondantemente e serenamente picconato dall’erede grazie ad un percorso autonomo in grado di porsi in quanto pietra miliare di un certo cinema americano contemporaneo, l’impressione è che Sofia Coppola voglia ripensare il cinema maschio, prendendone un esemplare a suo modo emblematico (il binomio Siegel-Eastwood), attraverso una prospettiva, va da sé, femminile.

Forse è una lettura banale e banalizzante tipica da osservatori maschi, ma è indubbio che il cinema di Coppola sia giunto ad una maturità ideologica legata proprio all’evidenza di essere realizzato da una donna ancora giovane (caso che resta raro nonostante i progressi, da Patty Jenkins a Ava Duvernay), figura transitoria e determinante inserita nel sistema dell’indie ma svezzata dalla New Hollywood.

Da sempre interessata alla tensione del coming of age, Coppola ha apparentemente chiuso i conti con l’ossessione (altrui) d’essere una privilegiata, realizzando con Bling Ring quello che è probabilmente il più importante dei suoi lavori e il più quotato a crescere col tempo, anche grazie all’inquietudine che sottende nel suo finale allucinato. Di quest’ultimo, L’inganno ne eredita la perversione e l’ambiguità, il concetto di fare gruppo non contro qualcuno ma a favore di se stessi, ragionando sulle mancanze e sui vuoti da colmare col necessario trauma della crescita.

Perciò, tra le troppe interpretazioni supposte dal film, convince credere che la prospettiva giusta sia quella filtrata dallo sguardo di Amy, la più piccola delle sette donne recluse nel collegio durante la guerra civile, colei che trova nel bosco il soldato disertore e lo porta in casa. È chiaro, siamo in una favola nera, ove tutto può essere riletto alla luce dei ruoli e dei meccanismi del genere, con il gruppo femminile fasciato nel candore (leggi: innocenza) di vestiti idealmente connessi a quelli del Giardino delle vergini suicide (e di Picnic ad Hanging Rock, come correttamente osservato da molti).

Solo che qui la morte non è più qualcosa da infliggere a se stessi ma l’unico modo per affermarsi contro qualcuno, ribaltando così ciò che postulava Bling Ring, dove derubavano i ragazzi ricchi per immaginare una vita diversa dalla propria. Che quel qualcuno sia un uomo non significa che L’inganno sia un film femminista: tanto la severa padrona Nicole Kidman quanto la repressa maestra Kirsten Dunst fino alle allieve a partire dalla fatale Elle Fanning, queste donne non sono affatto alleate tra loro, se non all’estremo e per una ragione poco edificante.

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Ciò che non sa dire Coppola è di quanta bestialità sia in grado l’umano al cospetto dell’insoddisfazione. Ciò che non sa comunicare l’impeccabile confezione, dovuta soprattutto alla fotografia di Philippe Le Sourd (meravigliose le immagini vespertine, splendidi gli interni illuminati dalle fioche candele), è l’inquietante imprevedibilità di un intreccio scontato e mai problematicizzato.

Il premio per la miglior regia vinto al Festival di Cannes appare, così, quasi incomprensibile, non perché lo sguardo della regista sia mediocre (la direzione degli attori è buona, specie della rinata Kidman giunta ad una pienezza espressiva davvero esaltante; le sequenze corali, come quella della cena risolutiva, hanno un loro fascino perfido), ma perché sembra dominato da uno pur ineccepibile formalismo e privo di profondità. Ambizioso e tortuoso, mancato e timido.

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