Blade Runner | Ridley Scott (1982)

In occasione dell’uscita di Blade Runner 2049 ripropongo una recensione su Blade Runner scritta il 23 novembre 2008. Oggi la scriverei diversamente, con un altro stile e un altro approccio, ma mi piace riproporre lo sguardo del diciassettenne che ero.

E se Dick c’avesse preso? No, dico, se tutto ciò che Dick ha immaginato dovesse accadere? Manca un decennio all’anno rappresentato nel libro (e quindi nel film), e può accadere ancora tutto. Può accadere che la realtà sia diventata una sorta di psicodramma fantascientifico in cui non si riesce più a distinguere un uomo vero tra il prodotto del concepimento materno e il prodotto di una costruzione di laboratorio.

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In Blade Runner c’è la riscossa di coloro messi al mondo con un fine esperimentale e condannati a vivere un’esistenza a breve termine: è il ritorno alla casa del padre che mette in chiara evidenza la necessità malata del replicante di avanzata generazione a pretendere una vita più lunga per sentirsi parte ancora di più del tessuto sociale che lo coinvolge. La richiesta inflessibile ottiene una negazione, e perciò il replicante reagisce come reagirebbe l’uomo insano (o dominato dal male oscuro del nostro tempo): uccide il padre con la violenza dell’uomo più bruto, lo priva degli occhi, gli spezza il collo.

Dick ci aveva preso, se non nella forma, almeno nel contenuto: ciò che mette in mostra è la durezza e l’instabilità dell’animo umano di fronte al terrore della morte e il suo grido violento in opposizione al proprio destino. Accanto al tema del ritorno, c’è soprattutto quello della caccia: attraverso uno schema dinamicamente crepuscolare, il cacciatore di androidi Rick può essere comparato ad un mercenario della vita umana che non si vuole piegare alla propria omologazione con i replicanti (che, appunto, replicano loro stessi).

La caccia è forsennata, ha la potenza espressiva di chi non si arrende, nonostante tutto. Ma, si sa, le conseguenze dei sentimenti non conoscono epoca: il futuro è arrivato, ce ne siamo accorti, ma quel che si muove nell’abitante dell’involucro corporeo è sempre lo stesso, non c’è tempo che tenga, sia nel 1919 o sia nel 2019. C’è una scena (o un episodio, forse è meglio) che esprime la lancinante testimonianza della inalterabilità dei sentimenti attraverso i secoli: le lacrime della replicante.

Ora, andando ad esaminare con accuratezza, dovremmo pensare che queste non sono altro che imitazioni del reale: la replicante non piange perché donna, ma perché l’ha visto fare in qualche posto fuori o dentro di lei. Lei non ricorda perché ha vissuto, ma perché le sono stati innestati dei ricordi. La replicante vuole ribellarsi, ma non lo so fare, non ne è capace, non è concepita per farlo. Può solo affidarsi a qualcun altro, che l’assista. I due filoni scorrono lungo il film come acqua sgorgante tra le strade brulicanti, per poi incontrarsi, in una resa dei conti drammatica e disperata nella migliore tradizione cinematografica.

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No, non può essere come sempre è stato: qui è la battaglia tra chi deve difendere le esigenze dell’uomo (moderno?) e chi deve far valere le ragioni dei “capricci” tecnologici dell’uomo stesso. La lotta (che non è tra Bene e Male, ma tra conservazione progressista [l’uomo] e progressismo conservatore [il replicante]) non può che avvenire tra le rovinose macerie di un palazzo abbandonato e sotto la pioggia battente che cerca di purificare e di intervenire ma che non riesce (sempre) nella realizzazione del suo obiettivo.

Il replicante si improvvisa redentore, si infligge un chiodo nella mano, rende omaggio alla compagna replicante morta per difendere la loro causa, e proprio per pareggiare i conti con l’avversario, gli spezza le dita (così entrambi rimangono senza mani, l’ennesimo tentativo di dimostrare che sono uguali, nonostante tutto). E la battaglia furiosa ha un esito spiritualmente inaspettato: nel replicante lampeggia un barlume di umanità, e così salva l’uomo.

È questo il momento dello storico discorso che il replicante Roy declama sotto la pioggia (non si può non citarlo): «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser, e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire». È tempo di morire, ebbene sì. Ormai non c’è più scampo. La colomba vola, fa scomparire, nasconde, uccide. Missione compiuta, Rick Deckard. Compiuta?

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No, in fondo no. Se questo è il futuro, tanto vale scappare. Ma allora il replicante non ha fatto altro che fuggire? O almeno, ha eseguito ciò che l’uomo farebbe senza esitazioni, ossia scappare di fronte all’incubo? Chissà. Blade Runner è un film sul presente che si rivolge al futuro in proiezione di noi stessi. È la parabola metaforica sulla distruzione del reale a vantaggio del congegnato.

È un film disperato, crudo, essenziale (nonostante gli effetti speciali, insostituibili compagni del vivere nel futuribile), votato al pessimismo cosmico perché non ci sono altre soluzioni, controllato dall’infelicità della guerra intestina per l’affermazione delle proprie ragioni. Giuste o sbagliate che siano. Fra qualche tempo potremmo dire se Dick c’abbia preso o meno. Sarà la Storia a parlare. Oggi siamo in grado solo di ammettere che le pregiudiziali ci sono tutte.

BLADE RUNNER (U.S.A., 1982) di Ridley Scott, con Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young, Edward James Olmos, Daryl Hannah, Joanna Cassidy, M. Emmet Walsch, Brion James. Fantascienza noir. *****

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