Recensione: 120 battiti al minuto

120 BATTITI AL MINUTO (120 BATTEMENTS PER MINUTE, Francia, 2017) di Robin Campillo, con Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois, Adèle Haenel, Antoine Reinartz, Félix Maritaud Ariel Borenstein, Aloïse Sauvage, Yves Heck, Emmanuel Ménard, Catherine Vinatier, François Rabette. Storico drammatico. ***

La polemica. La censura italiana ha deciso di vietare 120 battiti al minuto ai minori di quattordici anni. È un trattamento che ormai viene riservato a pochi film. Curiosamente, è in sala anche un altro film che ha subito lo stesso divieto: ed è Una famiglia, oggetto molto discutibile ma che ha perlomeno il merito di tentare un discorso attorno all’utero in affitto.

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Questo di Robin Campiello, invece, parla di AIDS. E sì, sono presenti alcune sequenze sessuali molto esplicite. Ma fare i conti con la sensibilità del pubblico adolescenziale è imbarazzante: si presupporrebbe che un tipico spettatore di un film del genere sia quantomeno informato su cosa accade dove non batte il sole. A pensar male si fa peccato, ma covare qualche dubbio sulla politica di queste scelte è legittimo: oscurare il lato problematico del mondo come atto estremo per un preoccupante rigurgito reazionario.

In fondo, il pubblico ideale è proprio quello giovane, disponibile a leggere il presente con la lente del passato. Perché questo è un film didattico. Perfino didascalico, addirittura retorico. E sa di esserlo. Vuole esserlo. Rievoca l’esperienza di Act Up Paris, gruppo di lotta contro l’AIDS nel momento di sua massima epidemia e minima visibilità. Campillo era uno di loro. Quando rimette in scena le riunioni, sta proponendo un documentario attraverso corpi altri.

Qui il montaggio si esalta nel calibrare i punti di vista degli attivisti, cercare una collettività mediante gli interventi dei singoli. Sono scene fieramente politiche, in cui il politico è cifra di un gruppo impegnato in una lotta anzitutto personale. I militanti sono i malati; e quando non lo sono, sanno di poter essere tali in futuro. Le azioni, anche quelle più spettacolari, vogliono raccontare ciò che la narrazione ufficiale occulta o, peggio, nega.

Campillo coglie il senso della battaglia nel dover rendere visibile l’AIDS. Come capitava in Philadelphia, dove lo shock fu nel far vedere, in un film rivolto al grande pubblico, le tappe della morte di un protagonista – non emarginato – a causa di una malattia celata da una classe dirigente criminale. Nell’ultima parte, anche Campillo decide di far vedere la morte. Una per tutte, ad exemplum. Tocca a Sean, il più vitale ed esuberante del gruppo, accompagnato verso la fine con disperata pietas.

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È una scelta chiaramente programmatica, finanche ruffiana. Sean è il protagonista del filone melodrammatico che regge 120 battiti, un film imperfetto e soprattutto enfatico ma comunque importante e sincero. Il suo amore con il sieronegativo Nathan è destinato dal principio all’epilogo funebre, eppure vale la pena di essere vissuto in profondità e totalità: così Campillo ha un’altra occasione per ribadire il senso del suo percorso.

Vuole fare un film sul desiderio, che sia un’esplosione di vita nonostante la morte. Vuole promuovere un’empatia sentimentale che postuli l’adesione civile. Vuole che 120 battiti sia una serata in discoteca, una comunità che dice sì alla vita e si muove al ritmo delle canzoni pop seguendo i passi di una coreografia che si conosce senza averla studiata.

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