Recensione: Suburra – La serie

SUBURRA – LA SERIE (Italia, 2017) di Michele Placido, Andrea Molaioli e Giuseppe Capotondi, con Alessandro Borghi, Giacomo Ferrara, Eduardo Valdarnini, Francesco Acquaroli, Filippo Nigro, Claudia Gerini, Barbara Chichiarelli, Adamo Dionisi, Elisabetta De Palo, Stefano Santospago, Gerasimos Skiadaressis, Mario Sgueglia, Augusto Zucchi. Noir. ** ½

Dieci puntate, durata variabile tra i quaranta minuti e l’ora scarsa. Formato internazionale, capitali divisi tra una piattaforma streaming che ci ha abituato al lusso e un network pubblico improvvisamente risvegliatosi da torpori secolari. Cast giovane con due massimo tre nomi di prima fascia, regia tripartita ispirata da quello più esperto. Tema: la Roma criminale, espansione dell’universo romanzesco ideato dallo stesso autore del prototipo, con riferimenti alla cronaca più recente.

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Suburra – La serie è anzitutto e soprattutto un prodotto industriale studiato a tavolino. La struttura di ogni episodio ne è la spia: nel proporre un incipit che è in realtà il finale della puntata, un meccanismo che sulla carta dovrebbe stimolare la voglia di sapere come sia andata la storia, si finisce paradossalmente per smorzare qualunque tensione emotiva. Non interessa sapere come si sia arrivati a quel punto, ma il perché: qual è la storia di Suburra?

Ed è un cane che si morde la coda, perché il grosso problema della prima serie italiana di Netflix è la sua debolezza narrativa a scapito del gran ritmo che comunque ti accompagna al finale di stagione senza noia né traumi. Le buone impressioni dei primi due episodi si disperdono in un racconto vagamente sfilacciato, sempre teso alla ricerca di battute ad effetto, filtrato con correttezza da una regia, impostata da Placido, che non dimentica la destinazione Rai.

A voler riassumere la vicenda ci si ritrova a parlare essenzialmente di personaggi, arrivando a pensare che in fondo gli impicci legati alla questione dei terreni di Ostia, cuore della storia, siano solo un pretesto per presentare le anime dello stratificato inferno capitolino. Sorge il dubbio che questo prequel del film di Stefano Sollima sia a sua volta il prequel e l’introduzione ad una narrazione più ambiziosa ed estesa, sorta di grande incipit a qualcosa che sarà definitivamente svelato in eventuali successive stagioni.

Certo, Roma sconta un po’ la sovraesposizione mediatica che da Romanzo criminale la vuole culla di un malessere sociale, politico, urbano, umano (senza dimenticare il ripensamento sorrentiniano de La grande bellezza ma anche il filone proletario: Non essere cattivo, Fiore, Cuori puri…). Di questa metropoli millenaria, Suburra vorrebbe essere il grande e definitivo affresco collettivo. Però gli manca una voce in grado di accordarsi alla coralità, uno sguardo adeguato a tutte le realtà incrociate: è furbo nel mettere in scena la famiglia sinti, convenzionale a contatto con il mondo degli Adami, sfocato nell’approcciarsi alla politica locale, banale quando entra nei palazzi nobiliari e vaticani.

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Niente di terribile, comunque, perché la serie non annoia né disturba, ma, insomma, c’è qualcosa che non torna. Il meglio è da rintracciare nei ritratti femminili: Livia Adami, la giovane Angelica, la matrona degli Anacleti, perfino la pur sfocata Sara Monaschi (Claudia Gerini poco convinta) sono molto più interessanti ed ambigui di quelli maschili, mai del tutto credibili come volti di un ipotetico cinema di genere (il Samurai del bravo Francesco Acquaroli è troppo fossilizzato) né emancipati dall’effetto bozzettistico (compreso Alessandro Borghi, fin troppo spiritato e sensazionalistico). C’è Er Piotta nel finale: boh.

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