Recensione: A Ciambra

A CIAMBRA (Italia-Brasile-Francia-Germania-U.S.A.-Svezia, 2017) di Jonas Carpignano, con Pio Amato, Iolanda Amato, Damiano Amato, Francesco Pio Amato, Koudous Seihon. Drammatico. *** ½

La Ciambra è un’enclave dove vive la comunità rom calabrese: un mondo affollato, dispersivo, parallelo a quello «degli italiani», dominato da logiche ancestrali e votato all’esercizio di una criminalità stratificata. All’arresto del padre e del fratello maggiore, per far fronte ai problemi economici lamentati dalla madre-matrona, Pio si convince di dover pensare al sostenimento della famiglia. Nel crinale tra infanzia e adolescenza, il ragazzino tesse rapporti con tutti i gruppi presenti sul territorio – in particolare gli africani – ripensando così la rete dei grandi nella prospettiva di presentarsi agli altri come un vero uomo.

Definire A Ciambra un racconto di formazione è riduttivo. Non perché non lo sia. C’è ciò che sappiamo fare meglio: il neorealismo che non muore mai. C’è ciò di cui non siamo in grado (quasi) mai: il cosmopolitismo. Il particolare, l’universale. Spazi: Gioia Tauro ovvero il mondo. Incidenza del tempo: i bimbi crescono troppo in fretta, le mamme imbiancano anzitempo, nonni silenti che non dimenticano.

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Convocando nel titolo il luogo, A Ciambra sa di isolare una realtà rispetto al resto del mondo. Ma l’italoamericano Jonas Carpignano non vi si chiude dentro, perché il suo sguardo restituisce un’idea di mondo che sfonda i confini del luogo scelto. Così rende il suo secondo film una questione di forma: e deve molto al montaggio del brasiliano Alfonso Gonçalves, alla fotografia di Tim Curtin e alle musiche di Dan Romer (entrambi già impegnati in Re della terra selvaggia con cui l’affinità elettiva è evidente).

Benedice Martin Scorsese. Come nel cinema antropologico ed umanista di Roberto Minervini, la realtà si presta alla fiction rivelando se stessa in un discorso scientemente narrativo: è l’ennesima potenza del cinema del reale fondato sulla necessità della finzione. Carpignano accompagna Pio nel suo romanzo tra due vite, ne segue la minimale epopea della quotidianità, fa della complessità la cifra di un cinema sensibile e problematico.

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