Recensione: Blade Runner 2049

BLADE RUNNER 2049 (U.S.A., 2017) di Denis Villeneuve, con Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Sylvia Hokes, Jared Leto, Robin Wright, Mackenzie Davis, Carla Juri, Lennie James, Dave Bautista, Barkhad Abdi, Edward James Olmos, Sean Young. Noir fantascienza. ****

Lo specchio come feticcio: tutti i revival dei miti dello scorso secolo vi si guardano per riconoscersi, cercarsi, deformarsi. A differenza di operazioni simili, Blade Runner 2049, nello specchio, trova l’iconografia di un’angoscia indelebile. Replicare il mistero. Trent’anni è ancora tempo di morire; oppure no: il genere umano è sopravvissuto ma è diventato altro da sé.

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Chi sono io?, sembra continuamente chiedersi l’agente K (perfetto Ryan Gosling), che non ha nome ma solo una sigla, un codice identificativo che nega una sua possibile identità. È un cacciatore, alla ricerca dei vecchi replicanti ribelli. Già nel fosco, cupo, determinante incipit comincia a germogliare in lui il seme di una nuova consapevolezza: solo chi non ha mai visto un miracolo può lavorare con e per la morte. Che cos’è un miracolo?

Tra le muri di una crepuscolare, inquietante fantasmagorica metropoli apparentemente senza confini – ma è proprio la coscienza di un muro a muovere ogni guerra, Blade Runner 2049 diventa da subito una caccia al miracolo. Forse risiede dentro K., replicante in crisi: ma «te la cavi anche senza un’anima», gli ricorda Madame, che capisce ma sa e reprime per istigare viceversa, come una madre mancata quali tutti coloro che qui dentro si disperano nell’ineluttabilità del dolore.

Di dolore parla Wallace, il capitalismo postmoderno (ma lo spiritato Jared Leto è l’anello debole del film): lo smercia come il contrario dell’amore, al cospetto del cadavere di Deckard, quel che resta della nostalgia annegata alla riva di una remota isola del tesoro, dove gli ologrammi di epoche lontane sono sinteticamente uguali a quelli della metropoli, compagnie senza consistenza ma capace di riferire il dolore di un miracolo impossibile.

Di cosa parla questo film? È importante chiederselo e, quindi, capirlo? Hampton Fancher, che aveva già adattato all’epoca il romanzo di Philip K. Dick e qui richiamato in servizio affianco a Michael Green, lavora sulla vertigine dell’arcano e rimodula il fascino inquietante di una comprensione minacciosa. Tesse la trama del sequel intrecciando fili col precedente, connettendo sensazioni e generando emozioni difficilmente gestibili da chi non ha una tale padronanza con un mito accresciuto dal tempo.

Come parla questo film? Parla la lingua di Denis Villeneuve, altro estraneo nella post-metropoli americana come l’inglese Ridley Scott, in grado di ripensare il moloch con coerenza ed eleganza, imprimendo la sua estetica ad un immaginario fantascientifico che è quasi un compendio sia del suo cinema fino ad oggi, fondato sull’indagine intima ed inesorabile di un limite da oltrepassare, e dalla capacità visionaria di un genere che ha ormai scelto di battere la strada metafisica e filosofica per decriptare se stesso e il mondo.

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E parla la lingua di Roger Deakins, difficilmente non accreditabile come vero co-autore di questo film abbacinante ed impressionante per densità e ricchezza, che tra luci tenebrose, fumi impercettibili, colori accecanti, tonalità metalliche, ruggini e neon fino a nevi irrealistiche coglie negli occhi umidi, piangenti, ottenebrati una devastante cognizione del dolore che è davvero il cuore di questo film-ufo, dominato dalle memorabili scenografie di Dennis Gassner.

Un’immersione mitopoietica in un universo complesso, dove passato e presente non esistono se non in quanto figure di un orizzonte che evoca il noir come specchio oscuro del melodramma più accecante. E quando appare la replica di Rachael, con quel nome così affine al personaggio biblico che incarna la fecondità, ci uniamo all’implcabile tristezza di Harrison Ford ed esplode lo stordimento di un turbamento incontrollabile.

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