Recensione: The Meyerowitz Stories

THE MEYEROWITZ STORIES (THE MEYEROWITZ STORIES (NEW AND SELECTED), U.S.A., 2017) di Noah Baumbach, con Adam Sandler, Ben Stiller, Dustin Hoffman, Emma Thompson, Elizabeth Marvel, Judd Hirsh, Candice Bergen, Grace Van Patten, Rebecca Miller, Adam Driver. Commedia. ****

disponibile su Netflix

Accettare di non essere più anagraficamente giovani era il malinconico tema del precedente grande film di Noah Baumbach, Giovani si diventa, appunto. L’unico giovane di The Meyerowitz Stories è una ragazza, la terza generazione della famiglia. Sta per andare all’università, ama dirigere piccoli film di paura pieni di stereotipi indie: quindi studierà cinema. «Sembra che facciano tutti cinema oggigiorno» osserva, a tavola, suo padre, che non ha mai lavorato in vita sua. «Così ora abbiamo uno scultore e una cineasta… e un contabile, che ha capito come si fanno i soldi», puntualizza il nonno.

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Si autocita, perché lo scultore sarebbe lui: è un (presunto) mostro sacro dell’arte contemporanea garbatamente emarginato dal suo mondo, che intanto celebra un suo amico e coetaneo più ammanicato e forse bravo. Questo patriarca autoreferenziale dai modi svagati è in realtà un padre molto problematico, che ha condizionato la vita dei tre figli avuti da due mogli diverse. A più di settant’anni, è giunto al quarto matrimonio con una donna ben poco conciliante ma che lo ama.

Le storie evocate dal titolo appartengono formalmente alla seconda generazione, i tre infelici figli di mezz’età, colti un momento prima della definitiva assunzione di responsabilità imposta dall’indebolimento fisico del moloch paterno. Ma in realtà sono biforcazioni, varianti, deviazioni della storia principale: cioè quella del padre, arrivato all’atto finale della vita con la pur repressa consapevolezza del fallimento.

Estendendo lo sguardo a partire da Giovani si diventa, The Meyerowitz Stories è un dialogo tra generazioni sullo stato della generazione dell’autore. Attraverso la presenza dell’anziano padre, il film svela i dubbi e le incertezze dei quaranta-cinquantenni schiacciati dall’incomunicabilità e dall’incapacità di esprimersi senza i sarcasmi e i sensi di colpa che hanno costellato le vite pubbliche e private dei padri.

In fondo questo frangente di saga familiare, strutturata in capitoli in grado di trasmettere il senso di una ricchezza romanzesca, è solo l’ultimo esempio della commedia ebraica, una delle correnti più sotterranee e costanti del cinema americano. Ne è la possibile variabile contemporanea, intessuta di una dedizione nei confronti del passato che determina le ispirazioni, i pegni, gli umori.

Del filone ha il gusto della battuta dissonante (Sigourney Weaver nella parte di se stessa allo scultore Judd Hirsh: «Complimenti! E non sei neanche morto!»), il lamento contro un mondo incapace di consolare, la coscienza del complesso culturale di riferimento. Questo spirito lo incarna meravigliosamente Dustin Hoffman, con barba bianca ed occhi distratti, che trasmette qualcosa della sua recitazione agli eccellenti Ben Stiller, Adam Sandler ed Elizabeth Marvel. Specialmente i primi due, sembrano ereditare nevrosi e caratteristiche a livello quasi inconscio. Ci sono molte sequenze in cui questa affinità si sente, facendosi percepire nella dialettica con gli oggetti, gli spazi, l’intimità.

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Accade quando Hoffman e Sandler vedono Pericolosamente insieme in videocassetta nella stanza piena di videocassette (in Giovani si diventa si parlava proprio del loro ritorno come moda hipster) o vanno al museo in abito da sera in mezzo ad una massa di visitatori in tenuta casual, fino al rocambolesco pranzo tra Hoffman e Stiller (il cambio di ristorante, il dialogo impossibile tra padre e figlio, la discussione con il vicino di tavolo, con la chicca del biglietto di Colpa delle stelle trovato nella tasca che si ricollega alla proiezione domestica con Sandler).

Nel suo miglior ruolo da decenni, Hoffman è memorabile (e meriterebbe un terzo Oscar senza troppi pensieri), perfino struggente nel confronto con Hirsh. Il suo narcisista, egotico, tormentato, contraddittorio patriarca è il sole nero del film, attorno al quale si muovono i figli, satelliti del genio incompreso, che ritrovano la gioia della condivisione proprio grazie ad un’inattesa deviazione della vita del padre.

The Meyerowitz Stories è una storia di passaggi in cui i figli imparano a conoscere il padre assumendo progressivamente un po’ della sua anima, accettando le complessità intellettuali di un uomo con un grande strazio dentro: il mancato riconoscimento da parte della società, dell’arte, della famiglia. E allora questo film magnifico diventa davvero il suo romanzo di formazione.

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