Recensione: Una donna fantastica

UNA DONNA FANTASTICA (UNA MUJER FANTÁSTICA, Cile-Germania-Spagna-U.S.A., 2017) di Sebastián Lelio, con Daniela Vega, Francisco Reyes, Luis Gnecco, Aline Küppenehim, Amparo Noguera. Drammatico. *** ½

Nel precedente film di Sebastián Lelio uscito in Italia, il bellissimo Gloria, l’eroina titolare era una donna tra la mezz’età e l’anzianità che, divorziata e con figli ormai adulti, sceglieva di concedere una (forse) ultima possibilità all’amore e al suo desiderio. In Una donna fantastica troviamo un’altra protagonista molto più giovane ma colta nel crinale di due decisivi momenti esistenziali.

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Legalmente, infatti, Marina è ancora Daniel. Sta aspettando la conclusione della pratica che certifichi ciò che lei effettivamente sente e sa di essere. Dove non arriva la burocrazia, ci pensa il destino: il suo compagno, d’una trentina d’anni più grande, muore all’improvviso. Il corpo esanime dell’uomo diventa il triste pretesto per mettere alla prova l’accettazione sociale, psicologica ed umana del corpo di Marina. Che, a sua volta, sta dicendo addio ad un genere, quello maschile, col quale ha evidentemente maturato un conflitto inconciliabile con una vita serena.

Il suo percorso deve così scontrarsi con la grettezza, la violenza, la paura della famiglia del caro estinto: a parte il fratello più disponibile pur nel timore, l’ex moglie e il figlio ventenne, nonostante le lacrime, consideravano il padre di famiglia sostanzialmente un cinquantenne annebbiato dal gusto della perversione. E altresì considerano Marina un oggetto perturbante e d’impossibile definizione: la chiamano “frocio”, sbagliando per ignoranza, la trattano da amante rovinafamiglia, sbagliando la tempistica.

L’intervento della polizia è solo l’acme di un’umiliazione definitiva: insinuando che la morte non sia stata accidentale, si impone uno sguardo secondo cui chi è perturbante agli occhi altrui ha un’indiscutibile vocazione alla colpa. Ma Marina è un corpo che interroga i limiti di una società nascosta nel suo meschino esercizio della crudeltà. Non le resta altro che cercare altrove gli spazi per affermare l’ovvio.

Fughe oniriche nel realismo: camminate controvento che la piegano ma non la spezzano; intermezzi di un immaginario musical queer; specchi entro cui riflettere la propria scissione; fino ad apparizioni improvvise dell’amore perduto. Eppure è attraverso piccoli gesti capaci di significare un mondo che Marina sfugge al voyeurismo di una massa sperduta nelle geometrie ostili di Santiago del Cile. Le basta un asciugamano per occultare, confondersi, ingannare un mondo incapace di classificare l’evidenza del suo genere.

Lelio trova nella transgender Daniela Vega un’interprete eccezionale, con un lavoro sulla voce che il pessimo doppiaggio italiano sceglie di non rielaborare, trasmettendo soltanto una parte dell’ambiguità che porta Marina ad inquietare gli altri e lasciandone tracce nei momenti canori. Entra in scena cantando in un locale un brano del repertorio sudamericano e vi esce tornando alla lirica, suggerendo non solo l’idea che in questo campo possa dimostrare davvero quanto la sua voce sia quella di donna, ma anche un contrappunto della sua avventura melodrammatica.

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Regista con una grande sensibilità musicale (anche ruffiana: Aretha Franklin che canta A Natural Woman di Carol King è un facilissimo ma efficace colpo al cuore) ma senza ansie estetiche, Lelio realizza un film visivamente accurato e tuttavia sottilmente barocco, dialogando con la città e le sue contraddizioni in modo fertile, trovando in una storia così intima il pretesto per permettere ai commentatori più abulici di individuare i risvolti sociopolitici centrali del dibattito contemporaneo sull’identità di genere.

Invece – e non è un sofismo – è un film dove tutto è politico tranne la politica, in primis per la scelta di uno sguardo umanista e civile che non vuole mettere in scena il patetismo o il voyeurismo né comunicare messaggi ad uso e consumo dei professionisti della chiacchiera.

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