Recensione: La forma della voce

LA FORMA DELLA VOCE (KOE NO KATACHI; titolo internazionale: A SILENT VOICE, Giappone, 2016) di Naoko Yamada. Animazione mélo. ****

pubblicato su Cinefilia ritrovata il 3 maggio 2017

È una mattina di metà aprile e l’adolescente Shoya Ishida ha deciso di farla finita. Pur avendo organizzato tutto nei minimi particolari, cambia idea all’ultimo momento. L’unico modo per concedere alla vita una seconda possibilità è ritrovare Shoko Nishimiya, la ragazzina che, durante le elementari, aveva preso di mira in quanto sorda.

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Benché quasi tutta la classe fosse connivente se non complice, Shoya, ritenuto unico colpevole, fu espulso dalla scuola e, col passare del tempo, è diventato a sua volta vittima di bullismo. Nonostante l’iniziale diffidenza di lei, ancora ferita dall’esperienza infantile, in breve i due riconoscono l’uno nell’altra un dolore simile che ha a che fare con l’emarginazione, la mancanza di riferimenti, l’incomunicabilità.

Tratto dall’omonimo manga di Yoshitoki Ōima, adattato dalla esperta Reiko Yoshida e prodotto dalla benemerita Kyoto Animation, La forma della voce conferma il talento della trentaquattrenne Naoko Yamada nell’avvicinarsi con tenerezza e lucidità ai tormenti del mondo giovanile. Avvalendosi delle invenzioni già contenute nel lavoro d’origine, la regia impiega al meglio le suggestioni indicate dal contesto entro cui si muovono i protagonisti, scegliendo spesso uno sguardo sbilenco che ben s’adatta alla loro congenita mancanza d’equilibrio.

Anche l’iperrealismo delle scenografie, che non solo aspira ad una verosimiglianza di indubbio impatto estetico, da una parte intende forse allacciarsi al discorso sociale sulla costante attualità del bullismo, cercando di conservare tracce di oggettivismo, ma dall’altra, confermando la scelta di accostarsi allo sguardo adolescenziale, accoglie personaggi difettosi a disagio con quell’ambiente dalla bellezza così armoniosa (Calvino direbbe che «alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane»).

Talvolta filtra con l’onirico, come nelle splendide sequenze in cui c’è di mezzo l’acqua, ma La forma della voce si vota ben presto al melodramma, nella consapevolezza che il più trasversale dei generi sia l’unico in grado di spogliare, con lenta e necessaria crudeltà, il desiderio. Quando nei titoli di testa vediamo Shoya bighellonare con i primi amichetti, possiamo solo intuire quanto dolore sia contenuto in quei quadretti di normalità infantile, quanto anticipi, postuli e annunci molto del tardivo trauma delle “croci in faccia” (straordinaria idea visiva per un dramma interiore).

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Il melodramma sta già tutto lì, ed esplode nel primo incontro in classe con Shoko, nel montaggio che alterna lei, intenta a sfogliare il quaderno, unico mezzo per comunicare, a lui, che tortura il banco con la mina della matita. E abita la sequenza delle botte, la coreografia di un amore incompreso e malcelato: i due bambini si menano perché non (ancora) conoscono altri modi per dirsi ciò che il loro desiderio ha già deciso.

Desiderano ciò che pensano di non poter avere e hanno bisogno l’uno dell’altra per educarsi alla vita e negarsi la morte. Commovente, denso, stratificato percorso di rimpianto ed espiazione, con momenti alti o altissimi e personaggi tutti memorabili, con menzioni d’onore allo sfigatissimo amico Nagatsuka e alla malinconica sorellina Yuzuru.

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