Mondi paralleli e post-realtà

C’è stato un momento in cui il reality show era diventato il coacervo di tutti i mali del mondo – o più modestamente della televisione italiana. La Rai decise di non produrne più e il monopolio passò a Mediaset. Nel frattempo si sono affermati molti canali digitali e il reality è diventato altro da sé, trovando nuova linfa nell’idea del montaggio in grado di manipolare quella verità che in origine era il motore dell’operazione reality.

La cosiddetta persona comune, protagonista della prima ondata di questo genere, non è più tale. I social ci insegnano che chiunque può essere vip e, al contempo, l’apparire in televisione non è più segno di una fama raggiunta né tantomeno solida. È ormai tutto talmente crossmediale che queste osservazioni possono risultare più ovvie che banali. Da cui l’ultima spiaggia del reality (italiano): prendere il programma più emblematico del filone e inserire i vip. O comunque personaggi che rispondono ai parametri di una celebrità diffusa, frammentaria, particolare, derivativa.

In parallelo: il cinema italiano sta drammaticamente perdendo spettatori. Lo sappiamo leggendo i tragici incassi perlomeno delle ultime due stagioni. Qualche dato: nel 2017, soltanto tre film hanno superato i dieci milioni d’incasso; non più di dieci film hanno oltrepassato la soglia del milione nella stagione precedente; il miglior incasso italiano degli ultimi due mesi è quello di Ammore e malavita (quasi un milione e quattrocentomila euro).

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Se le commedie commerciali non sono state all’altezza della prova del botteghino, è pur vero che il cinema italiano degli ultimi anni è il miglior cinema italiano degli ultimi trent’anni. Mai come in questo periodo c’è una ricchezza di contenuti capace di accordarsi ad un vero rinnovamento anagrafico e formale, sia nel cinema del reale che in quello canonicamente detto d’autore. Facciamo i nomi: Manetti Bros., Sollima, Costanzo, Carpignano, Rosi, Di Costanzo, Rohrwacher, Giovannesi, Nicchiarelli, Marcello, Frammartino, Grassadonia e Piazza più i senatori che ormai conosciamo da Sorrentino fino a Bellocchio.

Insomma, ci deve essere un motivo per cui la grande depressione del cinema italiano coincide con la resurrezione del reality vip. Ci deve essere un motivo per cui quasi nessun film italiano funziona in sala e il Grande Fratello Vip è il programma dell’anno. Ci deve essere un motivo se il pubblico respinge un cinema faticosamente rinnovatosi e si appassiona alla trasmissione apparentemente più di retroguardia possibile. Non ci interessa la solita diatriba sulla televisione che erode il cinema: non è questo il punto, lo sappiamo.

È piuttosto una questione culturale. D’accordo, non c’è parola peggiore di questa. Eppure dobbiamo fare i conti, una volta per tutte, con il fatto che il pubblico del GFV non è solo ciò che crediamo. GFV è lo zenit della crisi della televisione analogica, una disperata rincorsa verso le novità, una conclamata ricerca del brutto col dichiarato scopo di alimentare la mitologia del trash, una Instagram story infinita in cui i filtri sono in diretta e la realtà è solo ciò che l’utente vuole far vedere, il trionfo della post-verità o per meglio dire della post-realtà.

Detta così è la pippa di un tipico esponente della classe disagiata, uno sforzo snobistico di un presunto intellettuale che (vorrebbe) lavora(re) con le parole per glossarle in un infinito cannibalismo autoreferenziale. Allora prendiamo almeno due casi emblematici.

LA SOAP OPERA DENTRO LE INSTAGRAM STORIES: IGNAZIO MOSER, CECILIA RODRIGUEZ E FRANCESCO MONTE

GFV comincia l’11 settembre 2017, totalizza 4.490.000 spettatori con uno share del 24,53%. Giunto alla sua ottava puntata, ha mantenuto l’ascolto nella media, diventando il programma più visto della rete. Ad esser pignoli, più delle ormai inquietanti 24 ore di diretta giornaliere sul canale Mediaset Extra, il GFV si diffonde in tutto il palinsesto di Canale Cinque dalla mattina alla sera, alimentando i programmi del daytime con un’assiduità quasi da all news.

Nella puntata del 30 ottobre, il programma ha raggiunto il suo picco stagionale: 5.262.000 spettatori con uno share del 27,20%. L’aumento è dovuto all’esplosione della soap opera dell’edizione, quella tra Ignazio Moser e Cecilia Rodriguez. Sono entrambi vip di riflesso: lui è il figlio del grande Francesco, campione di ciclismo negli anni settanta, che ha deciso di abbandonare lo sport di famiglia per diventare una social star; lei è la sorella di Belen, ha già fatto L’isola dei famosi è nella vita fa la sorella di Belen.

Qualche tempo fa, Daniele Bossari ci ha detto che Moser ha un’agendina in cui dà i voti alle donne che si porta a letto. Lo scandaletto è durato l’arco di un secondo perché allo squallore è subentrata l’accusa di spionaggio e una mai dichiarata invidia. Da due mesi, Moser cerca disperatamente una nuova ragazza da inserire nel registro e, dopo qualche due di picche, ha trovato una sponda nella Rodriguez, che fuori dalla casa è fidanzata con tal Francesco Monte.

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Questo personaggio è un ex tronista (che a quanto pare grazie a Maria De Filippi non ha trovato l’amore ma sicuramente una professione), fa l’attore nelle fiction queer-trash del duo Tarallo-Losito, vanta quasi un milione di seguaci su Instagram ed è (stato) il cognato di Belen. È un beniamino del pubblico, piace un sacco a Barbara D’Urso ed è il cornuto della storia.

Ora, a metà programma, gli autori hanno giustamente deciso di far scoppiare questo triangolo, facendo entrare Monte nella casa per un confronto. Monte distrugge Moser, che è chiaramente attratto anche da lui; Rodriguez piange abbracciata a Monte mentre lui con la coda dell’occhio guarda in camera; di notte; sullo sfondo, il fratello di lei, Jeremias, guarda l’ennesima faida familiare.

Cosa ci interessa di tutto ciò? Il triangolo Moser-Rodriguez-Monte è il melodramma del nulla. Ci sono tre persone che sono vip senza aver fatto nulla di sostanzioso se non apparire o avere accanto in famiglia un vip. Potrebbero essere i nostri compagni di scuola un po’ fighi e un po’ furbi, quelli che si dicono “ti amo”, si cornificano, urlano, piangono e un minuto dopo stanno già flirtando con qualcun altro.

È chiaro che tutto è programmato: ma è tutto così mal recitato, mal girato, mal scritto da risultare irritante quindi irresistibile come la puntata delle soap opere che in Italia abbiamo saggiamente deciso di non fare più. È un’esterna in diretta serale di Uomini e donne, un backstage di una foto postata all’improvviso e subito commentata con gli amici pettegoli, un definitivo fotoromanzo in stop motion. Tutto sfacciatamente falso, profondamente disonesto, naturalmente incredibile.

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La storia funziona perché la non-normalità di questi non-vip li rende simili a noi e lontanissimi dalla nostra vita. L’evidente fortuna di Monte nello stare lì a fare se stesso passa in secondo piano rispetto alle corna, massima offesa del maschio italico. Monte mette in scena un se stesso ideale, e le parole incomprensibili nel fantomatico italiano di Rodriguez, focalizzate su un’ipotetica manipolazione, minimamente scalfiscono l’immagine del leone ferito.

La ragazza, da par suo, è coraggiosa perché sceglie di lasciare il compagno prima di renderlo davvero cornuto (stiamo parlando di corna ipotetiche, di una sorta di mancanza di rispetto che sembrerebbe essere ancor peggio del danno in sé). D’altro canto, Moser è il male assoluto e non di rado, tra commenti e talk show, si parla di “falso buonismo”. Un controsenso: se il buonismo è falso, allora è bontà. Moser sarà pure un porcello, ma perlomeno recita un se stesso più attendibile. Ed interessante: non nascondendo la sua ammirazione per la bellezza di Monte, sta cercando di sparigliare e confondere le acque in un futuro che non esiste se non nella fantasia perversa degli spettatori.

Naturalmente qua non si sta dicendo che il cinema italiano debba imitare questa falsa realtà. Il punto è che, probabilmente, c’è un Paese, profondo o sommerso o meglio ancora non dichiarato, che ama pensare che questa soap sia una realtà. Cosa vuoi parlare di cinema del reale se qua stiamo ragionando su un giro di corna transmediale, completamente autoreferenziale, tutto interno ad un sistema post-televisivo, un mondo parallelo in cui spesso si dice «tutta Italia ne sta parlando». Quale Italia?

IL NOSTRO FEUD: SERENA GRANDI E CORINNE CLERY

Paese senza memoria, l’Italia televisiva ricorda coloro che sanno adattarsi all’immagine che il mezzo vuole promuovere di loro. Serena Grandi è un caso emblematico. Sex symbol velocemente tramontato (la stagione di gloria è tra Miranda del 1985 e Roba da ricchi dell’87), protagonista di un triste caso di cronaca nera (l’arresto per una vicenda di droga), recuperata da Pupi Avati e infine resa da Paolo Sorrentino giunonica icona trash de La grande bellezza, Grandi – all’anagrafe Faggioli – è una signora bolognese che ha frequentato la cronaca rosa per un matrimonio naufragato con il playboy romano Beppe Ercole, con cui ebbe un figlio.

Due anni dopo la separazione, Ercole si mette con Corinne Cléry. Nata Corinne Piccolo, è un’attrice francese di sessantasette anni che deve la sua fama a Histoire d’O, un film erotico del ’75 a cui sono seguiti molti prodotti commerciali. Dopo la morte del marito, si è legata ad un ragazzo di trent’anni più giovane col quale ha condiviso l’esperienza di Pechino Express, guadagnandosi l’eloquente soprannome Sclery.

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Ora, sotterrato Ercole, queste signore hanno cominciato a lanciarsi accuse per mezzi mediatici, senza mai incontrarsi faccia a faccia. Tutto verte su questioni economiche, ma l’immagine di Cléry con le ceneri del marito in salotto scatena la rabbia del figlio di Grandi, che nel frattempo è cresciuto praticamente senza padre e rivendica per sé le ceneri e una vendetta tremenda vendetta contro la matrigna.

Nel momento in cui Grandi decide di entrare nella Casa, il figlio diventa una star dei pomeriggi di D’Urso, che naturalmente si professa amica di entrambe le attrici. Il ragazzo, dopo aver fatto outing, versa molte lacrime e Cléry risponde alle accuse di aver tenuto distanti padre e figlio sui giornali. Questa faccenda nasce e prospera in un universo totalmente mediatico, diventando un grande feuilleton a puntate, il crocevia di un mondo che si denuda per continuare a sopravvivere.

Quando Grandi esce dalla Casa, ecco il genio: entra Cléry. Che, complice Cristiano Malgioglio (figura fondamentale, mezzano e fool, pettegolo e furbo), si sfoga raccontando la sua verità. Nella puntata del 23 ottobre, Grandi rientra in Casa per un faccia a faccia con Cléry. È uno scontro entrato nella bibbia del trash italiano, una pietra miliare del poraccismo, un capolavoro anche questo mal diretto, mal scritto, mal recitato annunciato da una devastante battuta del 16 ottobre («io sono la moglie, lei è la vedova»)

È evidente che queste due signore si odino; è meno chiaro perché il loro disprezzo reciproco si articoli in questo modo. La dialettica è spiccia («se la matematica non è un’opinione»), il giovanilismo annaspa («poraccia te no limits»: esattamente, Serena, cosa vuol dire?), le offese hanno un che di naif («sei un baule vecchio»), Grandi batte i piedi come alle recite a scuola. Però ci crediamo a queste due (fu) attrici che si chiamano col loro cognome di battesimo per ricordarsi l’una l’altra da dove vengono, ci crediamo quando Grandi sferra l’attacco finale («le tette te le ha fatte rifare mio marito come le mie»).

Questo show indecoroso, disonorante, sguaiato, pazzesco è l’unico Feud che ci può regalare la televisione italica, dove perfino i costumi sono la parodia di un mélo hollywoodiano, le facce tumefatte dal tempo e dal botulino come ipotesi nostrane di Bette Davis e Joan Crawford. Grandi e Cléry hanno fatto della propria faida una fiction, hanno offerto i loro corpi in pasto alla barbarie televisiva per poter continuare ad esistere in quanto ciò che non sono più: due sex symbol superate dalle social star, disperatamente in lotta con lo scorrere del tempo.

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Purtroppo questo romanzo pare essere finito, perché nella puntata del 30 ottobre è entrato in scena il figlio di Ercole e Grandi che, intenerito da una lettera scritta in settimana da Cléry, ha deciso di mettere fine alla guerra. Fin qui amen, siamo tutti contenti. Ma Grandi che, dallo studio, urla a Cléry «ti voglio bene!» dopo aver detto, qualche ora prima, che la rivale «fa schifo», è una caduta di stile che Ryan Murphy non si sarebbe concesso.

Tuttavia questo ci passa il convento e con questo mondo dobbiamo misurarci per capire cosa sta accadendo al pubblico italiano peraltro prossimo a votare. Come vedete, la situazione è complessa ma non grave.

Potrei scriverne ancora ma la vergogna mi sta schiacciando.

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