Recensione: La ragazza nella nebbia

LA RAGAZZA NELLA NEBBIA (Italia, 2017) di Donato Carrisi, con Toni Servillo, Alessio Boni, Jean Reno, Lorenzo Richelmy, Galatea Ranzi, Michela Cescon, Antonio Gerardi, Lucrezia Guidone, Greta Scacchi. Giallo. ** ½

Toni Servillo entra in scena con la faccia e soprattutto la voce di chi ha dimestichezza con il lato oscuro. Con la sua spettacolare recitazione superbamente gigionesca, si cala negli elegantissimi panni dell’ispettore Vogel, giunto nel cuore di una gelida notte invernale nello studio dello psichiatra Flores, cioè Jean Reno, svizzero integrato da decenni nella comunità. Siamo nei pressi di Una pura formalità, con questi personaggi emblematici che portano nomi fuori dall’ordinario e si confessano in un interno soffocante e chiaramente metaforico.

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E la metafora è subito chiara ne La ragazza nella nebbia, diventando spesso e volentieri non solo la figura retorica che domina il film ma proprio il film stesso. Un film-metafora o meglio ancora un film-teorema. Non un film teorico, perché tutto è esposto, dichiarato, citazionista, consapevole: ma un vero e proprio teorema volto a dimostrare ciò che si prefigge sin dai titoli di testa, con quel diorama a metà tra il suppellettile di un morboso talk show e il giocattolo intagliato da un modellista.

Il caso della ragazzina scomparsa è un pretesto per scandagliare nell’ordine: 1) le ipocrisie di un paese di montagna dimenticato da Dio ma dominato dalla sua presenza sottoforma di setta religiosa; 2) i meccanismi dei mass media alla ricerca del colpevole perfetto; 3) un microcosmo fuori dal mondo nel momento di massima esposizione al mondo; 4) il delirio di onnipotenza di un detective disposto a tutto per dimostrare la propria teoria; 5) la catabasi kafkiana di un uomo comune che corrisponde all’identikit del mostro in quanto esterno alla comunità ferita; 6) una riflessione sul male.

In più: l’inquietante ambiguità di L’amore bugiardo, la località separata dal mondo di Twin Peaks, il cappello col paraorecchie della protagonista di Fargo sulla testa di Michela Cescon, le fredde montagne de La ragazza del lago, la satirica conduttrice Galatea Ranzi erede de Il siero della vanità, il cold case che si dipana nel sommerso che solo i true detective possono capire… Qualcos’altro? Anche di più.

Tutto ne La ragazza nella nebbia è derivativo, compresa la fonte che è il bestseller scritto dallo stesso regista, qui all’opera prima. Ma lo è lucidamente, conscio della lezione del professor Alessio Boni sul talento del male nel copiare. Carrisi accumula, imbroglia, confonde, contamina, flirta col grottesco senza il coraggio di emanciparsi dal gioco allegorico (ma non ovviamente quanto Omicidio all’italiana – aredaje), confonde i piani del racconto rischiando di far perdere lo spettatore in trappole fin troppo evidenti.

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Però c’è la fotografia elegantissima di Federico Masiero ad accompagnarci nell’intercapedine tra incubo e superficialità e c’è la musica di Vito Lo Re a battere il ritmo di una tensione montante. Un’operazione finalmente popolare che ambendo al grande giallo da esportazione (i volantini assurdamente in inglese, i nomi sprovincializzati, un’Italia intuibile più dalla barbarie mediatica che dal resto) finisce per essere soprattutto un guilty pleasure suggellato dal prevedibilissimo e comunque indovinato colpo di scena finale.

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