Recensione: Borg McEnroe

BORG McENROE (Svezia-Danimarca-Francia, 2017) di Janus Metz, con Sverrir Gudnason, Shia LaBeouf, Stellan Skarsgard, Tuva Novotny, Scott Arthur. Biografico sportivo. ** ½

Non è dato saperci quanti film a tema sportivo abbia visto Andrea Scanzi. Che è un grande appassionato di tennis e di tennis sa parlare – e forse è il caso che si dedichi solo a quello perché, detto fra noi, quando parla del resto è francamente imbarazzante – ma, insomma, magari, più che inadeguato al ruolo di recensore, non ha visto abbastanza film. Niente di grave, ma se il trailer di Borg McEnroe propone tre pezzi della sua opinione, ci sentiamo in diritto di contestare la (legittima) strategia secondo cui questo film sia un’esperienza iperbolica.

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Abbiamo dedicato sin troppe righe a Scanzi, ma la sua recensione su «uno dei migliori film di sport mai girati» è forse la chiave per capire dove vuole arrivare Borg McEnroe. Si dirà: un film per cultori della materia, rivolto ad un pubblico già edotto sulla rivalità tra il rigoroso e divistico campionissimo svedese e l’impetuoso ed ossessivo fuoriclasse americano.

C’è del vero, ma nemmeno troppo. Come altri film non necessariamente sportivi, comunque improntati sul concetto di rivalità (da Frost/Nixon a Rush, curiosamente entrambi di Ron Howard, a questo punto maestro del filone), per almeno tre quarti di durata Borg McEnroe costruisce l’attesa del grande evento: in questo caso, la finale di Wimbledon 1980 che li vide impegnati in un’infinita (quasi quattro ore) ed emozionante sfida (ovviamente non sveliamo il vincitore già noto al mondo da trentasette anni).

Strutturato in un andirivieni temporale dove i flashback giocano la facile partita di illuminare sulle personalità dei protagonisti, con una programmaticità perfino inevitabile in una situazione del genere (Borg predestinato alla gloria, McEnroe come un fuoco pronto a divampare), il film, nonostante qualche cartello introduttivo, ha la furbizia di illuderci che la finale sia il primo incontro tra i due, tant’è che per più di un’ora non li vediamo mai insieme.

Benché si fossero già sfidati sette volte, Borg McEnroe ha la saggezza di non ancorarsi alla storia ma di riflettere sull’immaginario, cogliendo nella finale di Wimbledon la sintesi di un duello che ha la forma di una partita di tennis ma rappresenta anche la lotta fra due concezioni di vita: quella del metodico e glaciale destrorso Borg e quella dello scatenato e barricadiero mancino McEnroe.

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Fatalmente, forse per la coproduzione a maggioranza svedese, la centralità è di Borg, al cui sguardo la regia sembra allinearsi, trovando nei suoi occhi tormentati dall’angoscia della sconfitto la misura del biopic. Grazie alla bella interpretazione dell’islandese Sverrir Gudnason, Borg è soprattutto un corpo educato a sovrastare che si ritrova a disagio con il mito edificato proprio a partire dalle possibilità della sua fisicità (gli esercizi sulla ringhiera del balcone).

McEnroe resta un po’ sullo sfondo, parte indispensabile del binomio ma quasi reso comprimario del divo svedese. Tuttavia, a Borg McEnroe manca l’afflato epico. E ciò appare evidente, come ovvio che sia, durante la partita: si reclama un coinvolgimento che arriva faticosamente solo grazie alla restituzione del contesto spettacolare (gli spalti, il tabellone, le panoramiche). Peccato, ma gli manca uno sguardo, una cifra, una voce.

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