Il falò delle vanità | Brian De Palma (1990)

All’epoca della sua uscita, Il falò delle vanità fu un clamoroso flop. Brian De Palma, un cineasta abituato alle discese ardite e alle risalite, veniva da un decennio ondivago, caratterizzato da culti imperituri (Scarface), classici moderni (Gli intoccabili, Vestito per uccidere), capolavori teorici (Blow-Out), incomprensioni critiche e finanziarie (Vittime di guerra, Omicidio a luci rosse, Cadaveri e compari). Quale miglior regista per mettere in scena il complesso, capitale, spericolato romanzo del maestro Tom Wolfe?

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Introdotto in un lungo piano sequenza puramente depalmiano, ecco Bruce Willis, scrittore alcolizzato in occhiali scuri che si accinge a ricevere un premio per il suo romanzo. Poiché è ispirato a fatti realmente accaduti, la sua voce narrante ci accompagna all’interno del testo, ricostruendo quanto sublimato dalla finzione letteraria per intercettare brandelli di verità.

Willis è qui un classico seguace del new journalism: coglie nella storia di un wasp accusato di aver investito un nero il seme di una narrazione nella quale possono collimare la sociologia, la psicologia, la cronaca, il genere, l’analisi. Entra in un cortocircuito dove ognuno coltiva il proprio interesse, dalla chiesa guidata da capi carismatici quanto oscuri alla borghesia socialité dei quartieri alti passando per aspiranti politici bramosi di voti. E la verità? Una vanità.

Adottando le tipiche strategie del suo cinema barocco, De Palma rinnega il realismo insito ad un soggetto del genere per ambire ad una messinscena volutamente sopra le righe (Kim Cattrall ne è l’emblema), dove il presunto miscasting (ma come si possono negare la precisione dello spaesamento di Tom Hanks o il totale marylinismo cinico di Melanie Griffiith?) è una scelta poetica, l’overacting una necessità endemica, le marche stilistiche una coerente espressione di citazionismo. Tutto è sul filo del grottesco, magari in modo quasi maldestro.

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Ma è davvero il falò del decennio reaganiano, in cui tutte le contraddizioni soffocate dall’ideologia del denaro, dell’individualismo, dell’egotismo deflagrano sull’altare di una storia allegorica, esplicitata dal memorabile monologo di fronte alla mappa di New York di F. Murray Abraham (a cui fu negato il nome sopra il titolo e quindi non si fece accreditare) e racchiusa nelle didascaliche veemenze del giudice Morgan Freeman. Film geografico, etnografico, sbalestrato, sbagliato, dunque imprescindibile.

IL FALÒ DELLA VANITÀ (THE BONFIRE OF THE VANITIES, U.S.A., 1990) di Brian De Palma, con Tom Hanks, Bruce Willis, Melanie Griffith, Morgan Freeman, F. Murray Abraham, Kim Cattrall, Saul Rubinek, Kevin Dunn, Alan King, John Hancock, Donald Moffat, Kirsten Dunst. Commedia drammatica. ***

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