35° Torino Film Festival | Recensione: Il presidente (La cordillera)

LA CORDILLERA (Argentina-Francia-Spagna, 2017) di Santiago Mitre, con Ricardo Darín, Dolores Fonzi, Erica Rivas, Elena Anaya, Daniel Giménez Cacho, Paulina Garcia, Gerardo Romano, Alfredo Castro, Christian Slater. Drammatico. *** ½

Hernán Blanco è diventato presidente dell’Argentina grazie ad una campagna elettorale mirata a sottolineare il suo essere un “common man”. Mai un’ombra né un’ambiguità sul percorso di un uomo che, tuttavia, è sempre stato un politico. All’alba di un vertice dei paesi latinoamericani che dovrebbe costituire un’alleanza economica e industriale per la gestione del petrolio, viene toccato da uno scandalo svelato dall’ex genero.

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Al terzo film, il cinema politico di Santiago Mitre si concentra sull’uomo politico. A differenza dei colleghi passati in rassegna, Blanco non è un leader accentratore come il presidente brasiliano, spregiudicato come quello messicano, formalmente ecumenico come l’omologa cilena, manovrabile come pressoché tutti gli altri. Da bravo common man, condensa tutte queste peculiarità, sfuggendo alle etichette per adeguarsi alle circostanze

Con questo sontuoso ed inquietante saggio narrativo travestito da noir d’alto bordo, Mitre esamina Blanco come oggetto di una narrazione vincente, prodotto dello storytelling che lo propone un po’ populista e un po’ tecnocrate, col basso profilo del capo carismatico come un onesto padre di famiglia. Imprigionato nel suo personaggio Mitre deve convivere con la sua stessa persona.

La commedia del potere, con le macchinazioni machiavelliche di chi rivendica la propria posizione nel terreno della trattativa personale, s’incrocia allora con la surreale deriva scatenata dall’ipnosi della figlia nevrastenica (lo psichiatra è il grande Alfredo Castro, che guarda a Fritz Lang): i fatti che emergono raccontano verità a lei precluse per questioni anagrafiche, svelando ciò che la narrazione di cui prima ha eliminato anche solo per ipotesi.

Grazie alla recitazione sommessa del divo Ricardo Darín, Blanco rivela a poco a poco la sua natura ambigua, la tensione di perdere improvvisamente un potere ostinatamente conquistato. Sarà forse l’altura cilena, ma La cordillera riesce davvero a trasmettere il senso di una vertigine: lo stesso albergo, esaltato dalla metallica fotografia, è uno spazio lontano, reso onirico dalla neve, indistinto dall’assenza di un arredo distintivo, formale per definizione.

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Forse l’evidenza delle storture concrete del retroscena internazionale non si accorda perfettamente col tono insinuante di un racconto giunto ad un astrattismo minaccioso proprio in virtù della sua aderenza formale al realismo. Ma che tenuta, e che eleganza, nel volteggiare la macchina da presa attorno al corpo di un uomo considerato politicamente invisibile e infine sorprendentemente svelato.

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