35° Torino Film Festival | Recensione: Tito e gli alieni

TITO E GLI ALIENI (Italia, 2017) di Paola Randi, con Valerio Mastandrea, Cleménce Poésy, Luca Esposito, Chiara Stella Riccio, Miguel Herrera, Gianfelice Imparato. Commedia fantascienza. *** ½

Paola Randi non è napoletana. I suoi due film, invece, sì. A differenza di Into Paradiso, tuttavia, qui la città non c’è. Sin dal principio, lo spazio del film è un altro: il deserto del Nevada, nei pressi dell’Area 51, dove un astrofisico malinconico passa il tempo in attesa di una voce dallo spazio.

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Napoli arriva quando suo fratello muore, affidandogli i figli, già orfani di madre: con l’aiuto della giovane autista che organizza matrimoni a tema alieno, a poco a poco l’uomo trova un modo per instaurare un dialogo con i ragazzi. In particolare con il piccolo Tito, la cui toccante curiosità fa riavviare il sistema per indagare nello spazio.

Difficile trattenere l’entusiasmo di fronte a Tito e gli alieni, un film che al netto degli scompensi accoglie e sa trasmettere un senso del meraviglioso assolutamente raro nel cinema (contemporaneo) italiano. Esplorando la landa piuttosto poco frequentata da queste parti del “film per ragazzi”, lo sguardo di Randi eredita lo spirito di Luigi Comencini nel rispettare la purezza e l’autenticità dei giovani protagonisti, attenuando la solita trappola di risultare più interessanti agli occhi degli adulti smaliziati che non a quelli dei coetanei.

L’obiettivo lo raggiunge grazie ad una spigliata padronanza di vari registri. Serpeggia la scettica ironia – questa sì davvero partenopea – nei confronti delle “americanate”, pronte ad una destrutturazione che ne conserva comunque il fascino mitico (è il caso del telescopio che si attiva sulle note di That’s Amore! ma anche del rapporto dei fratellini con i militari). C’è la coscienza degli stilemi del filone indie, con i colori pastello, il décor fuori dal tempo, il microcosmo periferico, il sublime Valerio Mastandrea con la centrifuga in testa mentre danza.

Quindi la romcom un po’ triste di quest’ultimo con Cleménce Poésy, con il ricordo della moglie morta ad impedire una nuova vita sentimentale. Il racconto di formazione, naturalmente, fondato sul percorso di accettazione del concetto di morte. E soprattutto la fantascienza. Ecco la via nostrana alla favola spilberghiana, che spicca definitivamente il volo nella memorabile parte finale, con la cosmologia melodrammatica sugli incontri ravvicinati.

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Gli alieni non siamo noi, ma ciò che ci ha formato, nell’iperuranio dei nostri ricordi. Tutto un po’ derivativo, ma quanto cuore, quanti orizzonti. Struggente la dedica al compianto Fausto Mesolella, che compone la colonna sonora sentendo il Ry Cooder di Paris, Texas, percependo il dolore di un deserto scelto come rifugio per ritrovare se stessi nei tanti, attesi, improvvisi coming of age della nostra vita.

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