35° Torino Film Festival | Recensione: Amori che non sanno stare al mondo

AMORI CHE NON SANNO STARE AL MONDO (Italia, 2017) di Francesca Comencini, con Lucia Mascino, Thomas Trabacchi, Carlotta Natoli, Valentina Bellé, Silvia Calderoni, Iaia Forte. Commedia. ** ½

Che strano, il cinema di Francesca Comencini. Sempre disposto a rimettere in gioco le forme di un discorso comunque coerente. A scandagliarne la ormai trentennale filmografia, emerge anzitutto il fatto che si tratta della sua prima vera commedia – a meno che non si vogliano considerare tali il libero grottesco-minimalista Le parole di mio padre da Svevo o il brutto coming of age Un giorno speciale.

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Qui la cara questione della conquista degli spazi da parte del corpo femminile si riflette nei frammenti di un discorso amoroso che è anzitutto un monologo. Un’autoanalisi oppure – per citare un’altra commedia coeva – una terapia di coppia ma per un solo membro della coppia stessa. Nel presentare, al principio, la protagonista che si risveglia in un letto disordinato e pieno di cose fuori posto, la regista mette subito a nudo il suo caos intimo con sguardo empatico e sensibile.

E, aprendo il film in un letto, sottolinea l’importanza di questo elemento domestico nel percorso di Claudia, professoressa di antropologia che sta cercando di uscire dalla lunga storia d’amore col collega Flavio. Luogo dove consumare del sesso finalmente soddisfacente, ma anche per distendersi avvolti in una coperta. Quando si trasferisce nella sperduta casa di campagna di lui, lei si porta solo una coperta dalla trama fantasiosa, come d’altronde è il décor del suo appartamento. Finita la storia, la coperta resta lì, a ricordare plasticamente a Flavio l’impossibilità di ridurre quell’amore alla brace di un ricordo.

Ma, insomma, cosa c’entra tutto questo con la commedia? Nulla. La commedia è nel come. Claudia è patologicamente nevrotica, un incrocio fra i cliché dei personaggi legati a Margherita Buy, Laura Morante o Valeria Bruni Tedeschi. Per certi versi, la sua parabola è la versione brillante di Dove non ho mai abitato per adesione al linguaggio, descrizione precisa del contesto, simile umore da borghesia “che ha studiato” e si ritrova ad essere dominato dalle ragioni del cuore ignote alla ragione.

Claudia e Flavio corrispondono esattamente all’antico detto pascaliano. La voce off di lei, più che didascalica, è per una volta funzionale al frequente dialogo immaginario che instaura con lui. Film sommerso dalle parole dette o solo pensate, ripone illimitata fiducia al montaggio quasi creato dalla stessa protagonista, nei cui confronti la narrazione è chiaramente sbilanciata a discapito di lui.

Che quando sembra prendere il posto di lei nel muovere la storia, subito viene declassato al ruolo a cui è predestinato, nonostante la comprensione del pubblico maschile: lo stronzo. Non funziona il filone femminista che mette troppa carne al fuoco e rischia di confondere le acque della malinconica e adulta romcom per votarsi ad una scontata articolessa ad uso e consumo del ceto medio riflessivo. Molto meglio le sequenze dove l’amicizia con la collega Carlotta Natoli (bravissima e sempre sottoutilizzata) rivela tragicomicamente la credibile dialettica fra chi si lamenta e chi subisce stoicamente.

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Tanta roba, tante pippe, tante citazioni. Un po’ programmatico nella sua circolarità. Ma, vivaddio, autentico. C’è un dolore all’origine che si percepisce in tutta la sua consapevole limpidezza. E ci sono due attori, la meravigliosa Lucia Mascino e lo strepitoso Thomas Trabacchi, non logorati da ruoli analoghi, scelte di casting mature ed originali, assai generosi nello scommettere sulle proprie fragilità per intercettare le ragioni profonde dei loro personaggi.

Ondeggiando bene o male per un’ora e venti, con qualche parentesi di troppo, Amori raggiunge vette altissime nei dieci minuti finali, dopo la fine della “battaglia” dei sessi, quando, tra gli sguardi imprevisti e sperati durante l’occupazione all’università e l’incontro al bar sullo sfondo degradato dell’Accademia delle Belle Arti all’ex mattatoio, si viene travolti da una gentile, devastante, inesorabile malinconia che taglia il cuore in attesa di giorni migliori.

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