35° Torino Film Festival | Recensione: Final Portrait

FINAL PORTRAIT (G.B., 2017) di Stanley Tucci, con Geoffrey Rush, Armie Hammer, Cleménce Poésy, Tony Shalhoub, James Faulkner, Sylvie Testud. Biografico commedia drammatica. ***

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Ha aspettato un decennio, Stanley Tucci, prima di tornare dietro la macchina da presa. Nella sua filmografia c’è sempre qualcosa di profondamente personale, soltanto intuito dalle sue interpretazioni comunque sempre squisite e precise (e un tantino sottovalutate). Final Portrait corrisponde al suo interesse nei confronti di Alberto Giacometti e segue la tendenza del biopic contemporaneo che dal particolare di un fatto specifico si proietta al generale di un’intera vita.

Qui l’episodio è dato dal testo autobiografico di James Lord, scrittore americano che negli anni sessanta conobbe l’artista svizzero a Parigi. Accettata la proposta di far da modello per un ritratto, convinto di non perdere più di un pomeriggio, Lord finì per posare per un periodo indefinito. Mettendo da parte l’impazienza di rientrare in patria, ebbe l’occasione di osservare da vicino il lavoro tormentato di Giacometti, condividendo con lui un’imprevista quotidianità.

Piccolo racconto garbato, a metà fra il “movie for seniors” da pomeriggio invernale e il simpatico sfizio anacronistico, Final Portrait conserva l’antica abitudine americana di osservare la Francia come se fosse ferma in un tempo sospeso nel suo passato mitico. Ma lo sguardo da Americano a Parigi permette a Tucci di trovare le coordinate per conferire al suo realismo lo spirito di un’autunnale novella giocosa.

È una scelta che fa tollerare la scontata rappresentazione della bohémien parigina, magari un po’ fuori tempo massimo. E ciò accade perché Tucci la controbilancia sia con le belle camminate tra i cimiteri e soprattutto con la perfetta ricostruzione dello studio di Giacometti, dove trionfa il dettaglio, la dedizione, la vita vissuta.

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È il regno di Geoffrey Rush, istrionico genio dalla follia con metodo, gustoso nei duetti in italiano con Tony Shalhoub (già sodale di Tucci in Big Night: memorabile la battuta sulle banche). D’altronde la credibilità è garantita dalla dimensione rinascimentale che questo attore riesce spesso a trasmettere, qui seduto di fronte ad una tela che accoglie anzitutto i suoi turbamenti e poi Lord. Lo interpreta Armie Hammer, narratore ma subordinato a Rush ma quintessenza dell’eleganza: il film è anche un documentario sul suo volto.

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