35° Torino Film Festival | Recensione: Morto Stalin, se ne fa un altro (The Death of Stalin)

MORTO STALIN, SE NE FA UN ALTRO (THE DEATH OF STALIN, G.B.-Francia-U.S.A., 2017) di Armando Iannucci, con Steve Buscemi, Simon Russell Beale, Paddy Considine, Rupert Friend, Jason Isaacs, Michael Palin, Andrea Riseborough, Jeffrey Tambor, Olga Kurylenko. Satirico storico. ****

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Vate della satira politica, Armando Iannucci abbandona il contemporaneo e si tuffa nel passato, consapevole dell’antica regola secondo cui la storia si ripete due volte. Dunque se la tragedia si fa farsa, come reinterpretare la morte di Stalin se non nei termini di una pirotecnica, folle, travolgente commedia di corte, dove i personaggi storici sono protagonisti di un fumetto nero, grottesco, lucidissimo?

Partendo dalla graphic novel di Fabien Nury e Thierry Robin, Iannucci immagina una via ironica al realismo, riflettendo sul coefficiente di verità contenuto nella storia ufficiale per agire entro i margini dell’attendibilità con lo spirito caustico e liberale dell’ingegnoso retroscenista, con la camera a mano che suggerisce l’idea di essere quasi un invisibile cronista affascinato dalla liturgia dell’assurdo.

A suo agio anche negli spazi più ampi, dimostra di padroneggiare iconograficamente la complessità del sistema istituzionale sovietico individuandone acutamente la dimensione teatrale. Ricco di gags irresistibili, battute fulminanti, dialoghi da antologia, alternati a momenti che smascherano tutta la tragedia della dittatura, ribadendo così che la commedia, per essere tale, deve nascere da un dramma.

Forse l’eccesso di grottesco depotenzia la crudeltà e il cinismo dei personaggi, ma l’operazione funziona proprio perché li rende guitti da operetta comica. E poi, diventando in qualche modo altri da sé, con gli accenti degli attori a palesare il disinteresse nei confronti del mimetismo e la vocazione corrosiva, questo Cremlino vorticoso ed elegante si fa emblema di qualunque altro luogo del potere lontano dalle storture e dalle contraddizioni della vera Unione Sovietica.

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Strutturato come un House of Cards oltremodo spiritoso con le marche tipiche del Veep dello stesso Iannucci, una vulcanica, incalzante, impeccabile messinscena del potere sul palcoscenico della storia, dominato dalle strepitose interpretazioni degli attori, tra i quali sono da citare almeno Steve Buscemi (irresistibile Khrushchev), Simon Russell Beale (spregevole Beria), Jeffrey Tambor (spassosissimo Malenkov), Micheal Palin (ridicolo Molotov).

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