35° Torino Film Festival | Recensione: Seven Sisters

SEVEN SISTERS (WHAT HAPPENED TO MONDAY, G.B.-Francia-Belgio-U.S.A., 2017) di Tommy Wirkola, con Noomi Rapace, Glenn Close, Willem Dafoe, Marwan Kenzari, Christian Rubeck. Fantascienza azione. **

Non si sa perché un film già disponibile su Netflix (benché il servizio americano) debba uscire in sala da noi. Non che sia un male assoluto, ma c’è da riflettere su una distribuzione che ci propone cose che non hanno funzionato altrove nella speranza che la bocca buona del comunque tirchio (o perlomeno scriteriato nelle scelte) pubblico italiano possa gustare roba scaduta.

Forse la risposta sta nella produzione: che è di Raffaella De Laurentiis, la figlia di Dino. C’è qualcosa della follia del padre in questo assurdo sci-fi apparentemente femminista e distopico, portato sullo schermo dopo anni di purgatorio nelle liste delle migliori sceneggiature non realizzate. La si ritrova nell’ambizione al grande giocattolone popolare, nel tentativo di coniugare la tradizione artigianale all’industria sensazionalistica, nel perseverare in un progetto fatalmente anacronistico (do you remember King Kong, Uragano, Flash Gordon?).

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È indubbio che questo Seven Sisters arrivi fuori tempo massimo e con un budget evidentemente non all’altezza delle esigenze del racconto, lapalissiano nella bruttezza di certi effetti speciali nei laboratori segreti. Il futuro ipotetico è ormai presente attendibile, la tecnologia è un feticcio più posticcio che credibile, la città cupa e metallica sviluppata in altezza è un cliché logoro.

Noomi Rapace si moltiplica per sette, sottoponendo il suo corpo alla rappresentazione di sette sorelle battezzate coi giorni della settimana e cresciute clandestinamente dal nonno in una società dominata dalla politica del figlio unico. Forse troppo presa dal tour de force, l’attrice riesce a disegnarne bene giusto un paio, delegando al trucco di Giannetto De Rossi il compito di definire esteticamente i caratteri delle ragazze. Per il resto dà fiducia all’azione, rendendosi protagonista di situazioni assolutamente incredibili per gente cresciuta dentro casa, uscendo solo una volta a settimana per trent’anni vivendo un’esistenza standard.

Un roboante pasticcio, che sembra un hamburger di carne buona e controllata cucinato sulla piastra di un fast food periferico. Tuttavia è un trash a suo modo interessante, mid-cult e kitsch quanto si vuole, che pare essere cosciente dell’inadeguatezza di cui è pervaso con la disperata funzione di portare il risultato a casa. Intrattenimento spudorato, senza la nobile sporcizia del b-movie, tutto racchiuso nel glaciale gigionismo di Glenn Close, ormai vera sacerdotessa del grand guignol.

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