Recensione: Riccardo va all’inferno

RICCARDO VA ALL’INFERNO (Italia, 2017) di Roberta Torre, con Massimo Ranieri, Sonia Bergamasco, Tommaso Bianco, Silvia Gallerano, Silvia Calderoni, Matilde Diana, Antonella Lo Coco, Ivan Franek. Musical grottesco. ** ½

pubblicato su Cinefilia ritrovata il 1° dicembre 2017

Al sesto film in vent’anni, Roberta Torre è solo l’ultima ad ispirarsi all’opera di Shakespeare, forse la più saccheggiata della storia del cinema. Come suggerisce il titolo, si parte da Riccardo III, ma senza adottare i parametri di fedeltà di Laurence Olivier. Almeno visivamente, siamo più nei pressi della cupa e barocca versione nazista di Richard Loncraine con il superbo IanMcKellen come “rospo storpio e velenoso”.

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Nel giro di pochi anni, quella della Torre è la terza occasione per il cinema italiano di ripensare il Bardo, dopo Cesare deve morire dei Taviani e La stoffa dei sogni di Gianfranco Cabiddu. Benché a sua volta rilettura de La tempesta secondo Eduardo De Filippo, quest’ultimo film sembra affine idealmente a Riccardo va all’inferno per l’ardita disinvoltura con la quale opera dentro al testo, un po’ sulla scia de L’ultima tempesta di Peter Greenaway e The Tempest di Julie Taymor.

Proprio con la regista inglese Torre condivide lo sguardo visionario, dove al realismo è preferito il carnevale: un mondo capovolto, una sfilata di maschere, un incubo psichedelico. In più, trova nel musical la chiave per reinterpretare la tragedia, potendo contare sul fondamentale apporto di Mauro Pagani. Nel Paese dell’opera lirica e storicamente (paradossalmente?) senza una tradizione cinematografica musical che non sia legata a sporadiche esperienze, è curioso che in due mesi sia il terzo esempio del genere.

Naturalmente le contiguità sono più con Gatta Cenerentola che con Ammore e malavita, ma ci sarebbe da riflettere su questa piccola tendenza: va forse contestualizzata nel generale rinnovamento di un cinema italiano mai così vivo come negli ultimi due o tre anni, che risponde all’esigenza di un linguaggio diverso o nuovo per emanciparsi dalla secche del minimalismo.

A pensarci bene ricorda la trasposizione televisiva di Orfeo 9, l’opera rock di Tito Schipa Jr. (ma anche qualcosa del Celentano più assurdo). La suggestione teatrale deriva da molti elementi messi in scena da Torre, che collimano nella recitazione del magnifico Massimo Ranieri. Unico grande showman nazionale, che ha curiosamente centellinato le sue incursioni cinematografiche, trasfigura la sua immagine tonica e vitalistica in un freak folle e spietato con la testa pelata, il tutore alla gamba e i costumi dark (sono di Massimo Cantini Parrini, che dopo Il racconto dei racconti e Indivisibili si conferma giovane maestro della favola nera).

Questo divo vulcanico e metodico, di cui emerge la dimensione inquietante nei primi piani (compreso il monologo all’oblò del sonetto Posso paragonarti ad un giorno d’estate?), ha di norma bisogno di spazi d’azione qui garantiti solo dal preludio pop de L’inverno del nostro scontento, mentre quando interagisce con i comprimari sembra costantemente un corpo estraneo al cinema, muovendosi tra videoclip per quanto coinvolgenti (Fidati di me) ed intermezzi con i grotteschi freaks un po’ da teatro in scatola.

Può essere un bene per un personaggio così anarcoide, totalmente avulso dal resto del mondo, abitante di una terra della quale è unico servo e padrone. Ma il problema è anche nel controllo consciamente disordinato della Torre, volto a sottolineare la negazione di qualunque ordine costituito: nella sua versione, il dramma diventa la coreografia di una guerra di posizione nella malavita romana, con lo scriteriato Riccardo che fa affari con gli zingari per eliminare i parenti dignitari al trono.

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Rivolgendole un’attenzione inedita, Torre approfondisce il ruolo della Regina, eleggendola protagonista del trauma dell’eroe titolare nelle sequenze più lisergiche, parenti delle acidità di Pappi Corsicato, e servendosi della notevole prova di Sonia Bergamasco per esercitarsi in un discorso iconografico fatto di tableau vivant, evocazioni horror, grand guignol.

Forse cosciente di essere in un momento determinante della sua carriera, la regista applica una debordante logica dell’accumulo, sempre sopra le righe, non rinunciando inoltre al ricordo del mai rimosso Tano da morire (le tre donne sul divano, le forme generose, i cori). Troppa roba: ma c’è un’audacia sempre ben accolta da chi ambisce ad un cinema magari sbalestrato ma vivo. (Però qualcuno sperava che Riccardo cantasse Se bruciasse la città, sinistramente perfetta nel contesto).

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