Recensione: Gli sdraiati

GLI SDRAIATI (Italia, 2017) di Francesca Archibugi, con Claudio Bisio, Gaddo Bacchini, Cochi Ponzoni, Antonia Truppo, Gigio Alberti, Sandra Ceccarelli, Giancarlo Dettori, Barbara Ronchi, Carla Chiarelli, Federica Fracassi, Donatella Finocchiaro. Commedia drammatica. ** ½

Il moderato successo de Gli sdraiati non rappresenta solo una piccola boccata d’ossigeno per il misero box office di questo disgraziato primo tempo stagionale, ma anche, al di là degli esiti buoni o cattivi, un interessante esempio di prodotto che ha ben chiaro a quale pubblico rivolgersi. Magari prova maldestramente ad allargarlo, eppure sa parlare ad un certo tipo di spettatore, non necessariamente con l’obiettivo di consolarlo o ammiccarlo.

Si sa, all’origine c’è il best seller di Michele Serra, autore un tempo capace di grandi incendi comici ed oggi abbastanza appisolato sulla comoda amaca del mondo espanso di Repubblica. È fondamentale citare il quotidiano che forse più di qualunque altra pubblicazione editoriale ha determinato, influenzato, guidato il pensiero di una certa parte del Paese, di cui Gli sdraiati è l’ennesima radiografia.

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Lo stesso cinema di Francesca Archibugi sembra agire apparentemente entro questo solco, ma forse siamo fuorviati dalle chiacchiere-dibattitti de Il nome del figlio. In sede di sceneggiatura, si è fatta assistere da Francesco Piccolo, principe dell’autofiction pop-chic. Benché costoro siano i più ironici osservatori-esponenti del filone, è inevitabile che alla loro opera si approcci un pubblico di lettore (e poi spettatori) non sempre dotati di quel disincanto ideologico che certo non manca nei loro lavori.

Tutto ciò che espongono batte almeno tre strade: venire incontro agli affezionati di Serra, proponendo un’espansione dell’universo di un libro da reinventare più che adattare per il cinema; cercare quel pubblico colto, aperto, borghese, radical mettendolo però di fronte alle contraddizioni e alle ipocrisie del suo ceto; proseguire i rispettivi discorsi.

Se Piccolo trova nel cuore teorico del testo un’occasione per riflettere sulle problematiche dell’intellettuale di mezz’età alle prese con la difficile quotidianità della paternità, Archibugi individua proprio nel confronto generazionale l’opportunità di ripartire da ciò che Il nome del figlio annunciava: lo spirito della bambina dallo sguardo già un po’ adulto, figlia di Golino e Lo Cascio, è passato in quello del diciassettenne milanese figlio di genitori separati.

Pur non pretendendo un’aderenza totale a miti e riti, la regista conferma la sua speciale attenzione al mondo dell’adolescenza, dando il meglio quando fa emergere lo scontro dei ragazzi con il normale stupore della crescita attraverso i consueti tourning point di qualunque coming of age. Funziona meno nel raccontare le dinamiche di gruppo, con nomignoli che riecheggiano gli antichi orrori mocciani, ma d’altro canto la scelta della bici è un modo per connettersi emotivamente con l’inedito spazio milanese.

Non è, tuttavia, un film giovanile o banalmente detto “per i giovani”: un po’ come in Tutto quello che vuoi, il coro di ragazzi serve ad accompagnare uno di loro in un percorso che lo vedo accanto ad un personaggio adulto. In questo caso è il papà di Tito, Giorgio Selva, sorta di Fabio Fazio che non ha mai superato la separazione dalla moglie. Non c’è una vera e propria storia ne Gli sdraiati. Si tratta invece del racconto di questa relazione, con un affastellamento di eventi che sembrano accadere più per scatenare reazioni utili all’esplosione della parte finale.

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Non che sia sgradevole, ma il film appare un po’ bipolare: se è vero che riesce meglio nel sentire i ragazzi, Archibugi si concentra sul far vedere gli adulti nei cliché più consumati del dramedy (chiamiamolo così per convenzione, consci dei limiti) radical chic. La programmatica vicenda che intreccia i destini (sentimentali) di padre e figlio è un pretesto abbastanza prevedibile per condurli verso la litigata in ospedale e la seduta dallo psicologo (è il glorioso Giancarlo Dettori).

Accompagnato sulla musica di un Battista Lena mai così ispirato da decenni, Gli sdraiati è un film che ha ben chiaro il proprio target. Allo stesso tempo, non sa sempre trovare la lingua giusta con la quale parlare di una delle due generazioni messe in scena al suo spettatore di riferimento. È comunque un gentile racconto di formazione tipicamente archibugiano, dove la zampata sarcastica del maestro Scarpelli si vede nei ritrattino delle madri a scuola (ma l’ironia sulla discalculia è un po’ sciocca) e c’è una bella ed autentica linea maschile formata dal limpido Gaddo Bacchini, Claudio Bisio raramente così in parte e Cochi Ponzoni davvero meraviglioso.

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