Recensione: Mudbound

MUDBOUND (U.S.A., 2017) di Dee Rees, con Carey Mulligan, Jason Clarke, Jason Mitchell, Mary C. Blige, Garrett Hedlund, Jonathan Banks, Rob Morgan. Drammatico. *** ½

disponibile su Netflix

Alla fine degli anni Trenta, a ridosso della grande crisi, una famiglia di città si trasferisce nel delta del Mississippi. Laura ha sposato Henry ma non si aspettava certo di dover condividere la vita domestica con il suocero – più uno spregevole razzista che un anziano patriarca burbero – e in una zona paludosa lontana dalla civiltà. Dove abita anche una famiglia nera, che inizia a lavorare per i nuovi arrivati. Poi scoppia la guerra.

Nell’anno dell’ondata di film black, Dee Rose parte da Fiori nel fango di Hillary Jordan per ritrovare l’aria de Il colore viola e di tutto quel cinema che ha individuato nella terra il luogo per scandagliare lo spirito di una nazione ostaggio della sua violenza. Più che una specie di apologo sulle conseguenze di un there will be blood razziale, è proprio un canto su un eterno spirito del tempo fuori dalla città e nel tremendo sud degli Stati Uniti, che incrocia il melodramma familiare con l’affresco sociale.

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Il perché sia, assieme al dirompente ed antitetico Get Out, il più compatto e solido del filone fiction è legato anche ad una sorta di neoclassicità pervicacemente perseguita attraverso le pennellate fangose e sporche della splendida fotografia di Rachel Morrison, con una sensibilità cromatica nei confronti del cielo che quasi sembra connettersi a ciò che, dietro le lenti scure, Mary C. Blige (eccelsa) può continuare ad immaginare.

Pur sfiorando l’effetto polpettone quasi congenito a questo tipo di narrazione rapsodica, Mudbound è un attendibile spaccato d’epoca che occhieggia alla letteratura di Faulkner, trovando nei microcosmi domestici gli spazi dove proiettare le grandi tensioni nazionali. L’occhio della regista guarda al presente del rigurgito razzista concentrandosi sulle facce della violenza, osando anche una difficile rievocazione degli efferati riti del Ku Ku Klan. Ma se pur non dimentica di sottolineare lo status quo ipocrita di Clarke, lascia emergere la possibilità di una cura nella solidarietà: lo sguardo di Carrey Mulligan in auto fuori casa di Blige e i rispecchiamenti delle ferite dei reduci Jason Mitchell e Garrett Hedlund.

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