Recensione: L’insulto

L’INSULTO (L’INSULTE, Francia-Belgio-Cipro-Libano-U.S.A., 2017) di Ziad Doueri, con Adel Karam, Kamer El Basha, Camille Salameh, Diamand Bou Abboud, Rita Hayek. Drammatico. ****

Ovvio che dietro questa storia ci sia la storia. Lo scontro tra Tony, libanese cristiano, e Yasser, profugo palestinese, è solo la miccia che innesca un incandescente discorso sulle contraddizioni del Medio Oriente, scavando nelle ferite mai rimarginate di una riconciliazione impossibile. Colpevole di aver riparato il tubo del balcone di Tony senza il suo consenso, Yasser gli dà del cane. Prova a scusarsi, ma non ce la fa, e dopo un’irriferibile provocazione («magari Sharon vi avesse sterminato dal primogenito!») colpisce allo stomaco Tony, rompendogli due costole. Finiscono in tribunale.

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Ed è ovvio che Ziad Doueri individui in quelle costole la rottura necessaria per far emergere il trauma rimosso, in grado di far riconoscere i rispettivi dolori evitando il monopolio della sofferenza. Sa di maneggiare una materia infiammabile: vuole turbare, mettere in discussione gli status quo delle diverse fazioni. Ad un certo punto, durante il processo, l’avvocato dell’accusa ricorda alla difesa che il giudice non è uno psicanalista.

Invece L’insulto è proprio una seduta psicanalitica, dalla natura intenzionalmente programmatica ed apodittica, in cui le parole e il loro fatale valore simbolico sono quasi dei MacGuffin. Se è vero che tutto nasce da scatti d’ira, espressioni di una brace fin troppo ribollente sotto la pretesa pace imposta da chi non ha il contatto con la rabbia di una realtà poco disposta a dimenticare l’indimenticabile, è pur vero che rappresentano solo gli strumenti per un racconto che dal particolare ambisce al generale.

È addirittura una seduta spiritica, perché è chiaro quanto la dimensione emblematica del caso specifico sia un pretesto per convocare quei fantasmi del passato che obbligano il presente a perpetuare in una guerra civile permanente. Poiché Doueri sa di rivolgersi ad un pubblico anche occidentale (ce lo rivelano le nazioni in coproduzione), provvede a tracciare schematicamente le coordinate per orientarsi nella complessità storica del conflitto.

Figura che proietta continuamente nella narrazione, sottolineando l’irriducibilità delle parti: limitandosi ai quattro protagonisti, se tra Tony e Yasser la questione è religiosa e politica, tra gli avvocati si declina secondo una dialettica generazionale in cui l’anziano rivendica sempre la sua antica adesione alla resistenza e la giovane sostiene la necessità di guardare avanti senza rinnegare il passato.

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Qualcuno ne ha evidenziato le antinomie (qual è la posizione del regista sul rapporto tra Libano ed Israele?), le scorciatoie emotive (gli incontri tra Tony e Yasser fuori dal tribunale), l’americanismo (la scelta del procedural drama). Sono tutti rischi calcolati che Doueri si prende per sottolineare il valore politicamente didascalico del suo apologo. Un cortocircuito che esalta la potenza di questo film dinamitardo che osa l’audacia del perdono a costo della rimozione, in nome di un umanismo mai buonista perché chiede di mettere da parte l’orgoglio per poter essere finalmente altro.

 

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