Recensione: Il premio

IL PREMIO (Italia-Danimarca, 2017) di Alessandro Gassmann, con Gigi Proietti, Alessandro Gassmann, Anna Foglietta, Rocco Papaleo, Matilda De Angelis, Marco Zitelli, Erika Blanc, Andrea Jonasson. Commedia. ***

Ci sono almeno tre modi per leggere Il premio. Il primo è fantascientifico: è realistico o quantomeno credibile che un letterato italiano possa vincere oggi un Nobel? Il secondo è fantastico: in almeno due sequenze (il “surgelamento” e il destino della mucca), Alessandro Gassmann suggerisce un bizzarro accento surreale che richiama ai colori buffi della commedia all’italiana meno scontata. E il terzo è autobiografico.

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Dietro il premio letterario, Gassmann mal cela l’ingombrante fantasma del genitore: e ci piace pensare che il mitico Vittorio avrebbe apprezzato di buon grado gli inneschi bislacchi di una storia così ancorata al ripensamento sulla e della sua immagine. Nel rievocarlo attraverso un’altra ipotesi di artista, il figlio ci fa accedere ad un discorso intimo e caloroso che tende a scandagliare la figura nei termini di un racconto mitologico (Stoccolma è una Itaca del cuore) dove le persone devono fare i conti col personaggio.

Ovvero Giovanni Passamonte, lo scrittore protagonista, il cui grande avvenire dietro le spalle – come recitava il titolo dell’autobiografia che Vittorio Gassman scrisse a quasi sessant’anni – gli ha fatto guadagnare l’ambitissimo riconoscimento. Poiché non ama prendere l’aereo «per motivi etici» («cioè te cachi sotto?», gli dice il figlio Oreste, ignorante ed atletico, sottolineando quanto la parafrasi tra storytelling e autenticità sia un concetto su cui si fonda l’intero film), organizza, assieme al fedelissimo segretario un folle viaggio in auto al quale si aggregano Oreste e la sorellastra Lucrezia, blogger ed aspirante scrittrice (con cotanto padre?).

“Bulimico affettivo”, con figli sparsi in tutto il globo terraqueo e incredibili disponibilità finanziarie, Passamonte deve molto alla recitazione di Gigi Proietti. Questo attore, mai del tutto ben utilizzato dal cinema, trova qui non solo il suo ruolo ovviamente più maturo, ma anche quello in cui, cogliendo l’opportunità di misurarsi con il ricordo dell’amico/maestro, può modulare una sapienza interpretativa che solo il Monicelli di Panni sporchi seppe sfruttare.

La grandezza di una prova così spontaneamente votata al mito la dà nei mezzi sguardi che raccontano mondi sommersi, tenerezze inespresse, disincantati sconforti: l’incontro notturno quando, dopo averlo scoperto a fumare oppio, Oreste gli raccomanda di non prendere freddo; oppure l’elegantissimo abbraccio estremo con la decadente Erika Blanc, l’amica attrice due volte premio Oscar (un club di eletti); ma anche gli occhi maliziosi che rivelano l’atteggiamento manipolatorio tipico di molti narratori.

È lui, egocentrico e carismatico pisciatore en plein air, è il primo a sapere che il premio è solo un pretesto per il road movie di cui la sua vecchiaia ha bisogno per rinsaldare i legami con coloro che più hanno sofferto la sua travolgente voglia di vita. Consapevole di essere il cuore – o addirittura la vera ragione d’esistere – della storia, Proietti dispensa saggezza attraverso gesti ragionati, lentezze calcolate, consumato mestiere e soprattutto mai prevaricando, offrendo una prova bellissima proprio per come sa cavare il meglio dai comprimari.

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Mentre esalta il suo protagonista, Gassmann cesella le interpretazioni dei comprimari offrendo loro l’opportunità di non abusare dei fortunati cliché, come dimostra l’ottima resa di Rocco Papaleo, che vicino a Proietti controlla con sensibilità il suo particolare istrionismo. Da attore da sempre in costante miglioramento, sa ben dirigere i colleghi, inserendosi nel contesto di un classico prodotto dei Lucisano alzando l’asticella di qualche spanna, complice anche la leggerezza suggerita dal muoversi in macchina (ma troppa musica a sottolineare l’ovvio!).

Avvalendosi di qualche scelta intrepida, la regia di Gassmann persegue una trasparenza conforme a quella rincorsa dai personaggi. Se il discorso finale sembra così scontato benché finemente recitato, è perché il film ha bisogno di rivendicare una risoluzione necessaria per poter chiudere il cerchio del conflitto in un caldo abbraccio. Il premio è una commedia italiana finalmente ben scritta, che con la gentilezza del tocco mutua la ferocia dello sguardo paterno.

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