Nina | Vincente Minnelli (1976)

È solo una questione di tempo – come dice il titolo originale – il cinema di Vincente Minnelli. Giunto al tramonto di una carriera mai troppo celebrata, forse addirittura trascurata da qualche osservatore contemporaneo, il regista chiude i conti col cinema nel modo che meglio si adatta al suo sguardo: rievocando atmosfere ed umori del cinema classico, ne celebra la sua impossibile resurrezione.

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Nel momento in cui la New Hollywood lo ripensava attraverso una nostalgia intesa come elemento fondativo di uno spirito, Minnelli agisce in parallelo con il coevo Gli ultimi fuochi di Elia Kazan, anch’egli all’ultimo fuoco: entrambi raccontano un mondo che non esiste più, riportando in vita un personaggio emblematico per destrutturare quel mito che loro stessi avevano contribuito a costruire.

Al contempo, Martin Scorsese dirige New York New York reinterpreta la lezione di Minnelli immaginando il primo degli ultimi musical possibili, capendo, come in Spettacolo di varietà, che è il genere meglio disponibile a riflettere sul proprio statuto di “last show”, con una coscienza della fine davvero inesauribile nel suo riproporsi all’infinito ed oltre: pensiamo solo a quanto il Damien Chazelle di La La Land debba a Scorsese almeno quanto lui stesso debba a Minnelli, con quel meraviglioso finale a testimoniare il debito con Un americano a Parigi.

E proprio Scorsese sceglie come eroina Liza Minnelli, figlia di Vincente e Judy Garland, capace di far rivivere lo strazio della madre negli occhi allagati dal dolore di dover accettare un mondo non corrispondente alle sue aspettative. Per il suo ultimo spettacolo, il padre chiama la figlia: in quel momento, Minnelli è essenzialmente Liza, la diva di Cabaret, mentre Vincente non girava un film da sei anni. Una questione di famiglia? Anche.

Ed è anche una questione di spazi. Nina è ambientato in una Roma che non esiste se non nel filtro di Geoffrey Unsworth, il geniale direttore della fotografia di 2001: Odissea nello Spazio, ma anche dello stesso Cabaret, di Zardoz, di Superman. A metà tra l’immagine patinata di riviste retrò e la passeggiata onirica in un passato solo ipotetico (siamo negli anni cinquanta, nei paraggi cartolineschi alla Tempo d’estate), si alimenta di una decadenza esaltata dalla prospettiva sofisticata dello straniero, come la Parigi di Un americano a Parigi e Gigi, perfino immaginando l’inesistente Brigadoon.

Nella coscienza dell’impossibile ritorno al cinema classico, tanto vale mettere in scena tutto ciò che può rievocarne i fasti irripetibili: lussureggiante décor alla Gigi, musiche avvolgenti come nelle commedie degli anni cinquanta, momenti musical diretti da uno dei re del genere, la riesumazione di antichi latin lover esotici (il francese Charles Boyer e Amedeo Nazzari). Film autoriflessivo, racconta di un’attrice cresciuta con gli insegnamenti di una contessa decaduta.

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Ovvero l’inarrivabile Ingrid Bergman, invecchiata con un trucco sopra le righe, al primo incontro con Minnelli e all’ultimo film hollywoodiano. Il suo personaggio si svela in una metafora autoevidente: benché perda progressivamente la memoria, l’elegante e evanescente nobildonna non smarrisce mai la capacità di trasmettere la grandeur perduta ad una giovane apprendista chiamata ad adattarla ad un tempo nuovo (e non a caso appare per la prima volta Isabella Rossellini: un commiato, un omaggio, un passaggio). È un elemento struggente se si considera che il regista stava accusando i primi sintomi del morbo di Alzheimer.

Racconto di formazione fuori tempo e fuori moda, un canto del cigno di un’intera epoca ma anche una commedia melodrammatica zoppicante e dal sapore incompiuto. Tagliato senza pietà dalla produzione, disconosciuto dall’autore che fu sostenuto da molti di quei giovani colleghi che finalmente si videro riconosciuti il poter del final cut, con tutta la bellezza malata dei film non riusciti. Da vedere allo specchio di Fedora.

NINA (A MATTER OF TIME, U.S.A.-Italia, 1976) di Vincente Minnelli, con Liza Minnelli, Ingrid Bergman, Charles Boyer, Amedeo Nazzari, Fernando Rey, Gabriele Ferzetti, Tina Aumont, Spiros Andros, Orso Maria Guerrini, Giampiero Albertini, Arnoldo Foà, Anna Proclemer, Isabella Rossellini. Commedia drammatica. ** ½

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